Mentre con umiltà guardo e contemplo le grazie infuse in l'alma CATERINA, d'umanità miracoloso esemplo, la veggo in ogni parte sì divina
ch'io dico: «Dimmi o provida Natura, è opra tua l'altissima regina? Quando che lei di te non sia fattura, chi ha composto quel tranquillo fronte,
u' spazia casta l'onestade pura? Chi sotto poi con sotigliezze conte l'ha inarcate le serene ciglia, che fan corona a le sue luci pronte?
Chi formò gli occhi da i quali il sol piglia norma e veder, per che non miran cosa che in sé grado non tenga o maraviglia? Chi questa e quella guancia preziosa
stampò con arte e impresse a caso? Ch'il mento, c'ora è un pomo, or una rosa? Chi relevò sì delicato naso, che i sacri incensi gli sono alimento,
né mai lascivo odor entra in tal vaso? Chi le intagliò, e con quale istrumento, la bocca sobria e i bei denti le diede, e i labri scelti in foggia d'ornamento?
Chi la lingua scolpì, la qual procede col tacer saggio ne i modesti affari e fa udir quel che il dover richiede? Chi esplicò gli orecchi sempre avari
in ascoltar ciò ch'è biasmo deriso, tutta via larghi a i candidi parlari? Chi nel dolce aere del ridente viso ha una di quelle indole conversa,
c'han nel volto i beati in paradiso? Chi la soave isvelta gola (aspersa di lattee perle) e tante gioie belle porge in colonna immaculata e tersa?
Chi coniò le sacre sue mammelle che sembran fisse ne lo eburneo petto, del cielo uman duo notritive stelle? Chi espresse in tenace ordin perfetto
le nivee braccia, dì e notte aperte dal proprio suo misericorde affetto? Elleno son di tal clemenza inferte, che a i perversati da i casi villani
vengano incontra et han se stesse offerte. Chi le dita aricchì quelle mani, che in la bellezza e ne la cortesia fanno istupire i prossimi e i lontani?
Con esse premia dovunque si sia l'auree vertù, per esser l'aiutrice non punto men che fortunata, pia. Chi offerse in tal fertil genitrice
(puro olocausto di sacrario attivo, e minera alma di prole felice) lo spazio intatto in l'alvo sensitivo, che i re predestinati e i duci eletti
serba innocente sino al dì nativo? Chi la capacità et i recetti dentro ci confermò, perch'ivi poi gisser crescendo i principi concetti?
Chi distese le gambe e sculse in doi le sommesse ginocchia, u' a tempo stassi Cristo adorando e i veri santi suoi? Chi a i piedi fece i fondamenti bassi?
Chi fa parer ch'ogni giglio, ogni fiore germogli u' move i graziosi passi? Chi fu lo esperto mastro, ch'il fattore che in forma di piramide ridusse
il suo sincero e mansueto core? Chi l'egregie eccellenze in lui produsse? Chi a non capir dove cape il costrinse? Chi volse che visibile ogni or fusse?
Chi le viscere intorno gli destinse, e con sì sviscerata affezzione di tenero fervor calde l'avinse? Chi nel bel corpo con salda ragione
e in ciascun membro è andato osservando la venustà de la proporzione? Chi è suto l'architetto venerando de la machina in muscoli viventi?
Chi un picol mondo in lei va figurando? Chi tutte le prefate opre esistenti in materia sì vaga e mesurata, ne i destri ufficii lor fe' diferenti?
Chi unì con la ragion l'anima innata? Chi l'anima in lo spirto essenziale tiene essenzialmente consertata? Chi diè lo spirto a l'esser corporale
che ne i capi, ne i mezi e ne le prode sostiene il moto del peso carnale? Chi 'l genio salutifero in custode ci consegnò, acciò che le succeda
ciascuna occasione in grado e in lode? Benché a la sua prudenzia avien che ceda angelo tale, e in tutte le maniere le potenze di lui dansele in preda».
Ale richieste de le mie preghiere par che in suon di pioventi acque risponda il motor de i pianeti e de le sfere: «Per ordin mio la Natura feconda
è gita distinguendo opre cotante in CATERINA a null'altra seconda. Ella con iscienze sacrosante, oltra quel ch'ode, vede, gusta, odora,
e tocca e parla con grazia prestante, oltre il lineamento entro e di fora, per compiacermi d'ogni circostanza l'organizò in guisa d'Aurora.
E però i costumi e la creanza splendano in lei con sì supremi gesti c'oggi le dee, non pur le donne, avanza. Ma quasi nulla son tutti i celesti
strumenti suoi – par che sogiunga Iddio –, ancor che sien del mio voler contesti. Son nulla in quanto a la mente che io le ho in don concessa, onde continuo pensa
col tesor del ben far pagarmi il fio. Ella i pensieri sublimi dispensa in preclari negozii e gli consegna dove il fine d'onor la ricompensa.
Largito ha in lei, tre volte inclita e degna sopra ogni dote, la mia providenza, uno animo che pate e non si sdegna. Fede può di ciò far la pazienza,
che se vidde e conobbe alor che parse che steril fusse a la real semenza. Tal che il livore al Ciel volle elevarse, ma cadde poi che i privilegi miei
la ferno in plenitudine mutarse. In somma un tabernacolo è costei, e le reliquie che dentro ci serbo son le virtù e le bontà di lei».
Così del grande Iddio mi pare il verbo in suo idioma, che in letizia mena quanto si possa mai sentir d'acerbo. Certo che lei, di santimonia piena,
è soprumana e sopranaturale, et erra chi la tien cosa terrena. L'altezza sua è prescritta immortale, non perché sia di qualitade eterna
ma perch'ell'è composizion fatale. Per la qual cosa ogni luce superna di sì splendente clarità l'infoca, che a Gallia è lampa, a Italia lucerna.
Sì che chi l'ama, l'adora e l'invoca, porge il suo dritto a l'umile osservanza che a inchinarla ogni nazion provoca. Ora chi vol suscitare la speranza,
desunta in aspettar quel tardo punto che di mai non venire ha per usanza, di collocarla in lei prenda l'assunto e vedrà che in adempiere il suo voto,
a onta de lo indugio, è il termin giunto. S'altri brama far sé celebre e noto, e la reputazion restare amico, se l'offerisca in servo e per divoto.
Ella, che un tempio del petto pudico ha fatto e consacrataci l'immago del magno, sommo e glorioso ENRICO, merta che il secol del suo ben presago
converta il giorno che nacque in festivo, e sia solenne a l'Arno, al Reno e al Tago. Tizian perpetuo e Michelagnol divo, in cotal mezo con pennello arguto
rasemplinla in color c'abbia del vivo. Il Buonoaruoti e il Sansovin saputo tolghinla in marmi da la propria idea, in metalli Lione e Benvenuto.
Istampinla Gianiacopo et Enea con la medesma acutezza discreta ch'usan d'imprimer Pallade et Astrea. O Vasaro, o Salviati, o Sermoneta,
propizia la farete a chi la vede dipingendola in grembo al suo pianeta. Giuseppe e Andrea ritraran la Fede, la Temperanza con la Continenza,
lei retraendo a sedere et in piede. Valerio e tu Francesco l'Innocenza a procreare in musaico venite, nel tòr la copia de la sua presenza.
In uno le tre Grazie insieme unite improntarà il da bene Anichino, recandola in corgnuole e in margarite. Principia i suoi simulacri Baccino;
fanne, Danese, esemplari virili; tu Meo, tu Rafaello e tu Bro<n>zino. Minia, don Iulio, in ritondi profili i vezzi che da lei Grazia impara,
perché angelicamente son gentili. Sola tra ogni imperatrice rara, Bernieri, è tale; però miniando le sue florenti leggiadrie dechiara.
Nel Genga, in San Michel vassi aspettando, nel Serlio, nel Ruscone, in questi e in quelli; ciò che in suo onor vadin tra lor pensando. Essi, Vitruvii in gli edifizii belli,
perché a i di lei teatri si dia opra comincino le bozze et i modelli. Medoro, in tal mestier fà che ti scopra, et abbi in ciò le tue vigilie spese
poi che t'è simil don dato di sopra. La caterva di tanti in tali imprese, nel superar l'un l'altro mostri come la invidia è gloria in le degne contese.
Fila d'oro non ha tante in le chiome, quante rime conteste in versi eroi celebraranno a CATERINA il nome. Con il chiaro Alamanno, i Speron, voi,
voi Dolce, voi Venier, voi Muzio, ormai cantate a gara i santi effetti suoi. Del saper vostro, Carnesecchi, i rai le sien gemme al diadema, poscia ch'ella
rende il niente de i dotti in assai. Mirabil Caro, CATERINA è quella che, sempre mai che al SIRE suo si mostra, in pro de i buoni intelletti favella.
Tasso e Capello sien materia vostra, qual de i Candolfi le grandezze umane che umili esaltan l'avocata nostra. Sì che unico Ruscelli, amabil Zane,
grave Molino, illustre Bentivogli, Coccio erudito, culto Frangipane, aciò la Fama del tutto s'invogli de le sue maraviglie, itene empiendo
l'ample facciate de i perpetui fogli. Ecco il Cesano, giudizio stupendo, et il Brucioli, e il Doni, e il Varchi, e il Nardi, che la vanno altamente descrivendo.
Ma quel che tanto importa, è che non tardi a dir di lei quelle ammirande cose che intende e sa l'orator Lionardi. Parlo de l'uomo al qual non sono ascose
de i cieli le vertù non che il decoro, del quale Iddio tal madama compose. Di lei scrivi, Esculapio Fracastoro, Casa, d'Apollo amfiteatro e mole,
sia ne i vostri registri in note d'oro. Iovio, da poi che le perite scole ne l'istorie vi cedano, explicate in chiaro annal le sue venture sole.
Picolomini, il calamo pigliate col Platon Susio, e per le solite orme in commendarla a pien l'exercitate. Il Tolomei a Omero conforme
(anzi è maggior per che il poeta invitto qualche volta dormì, ei mai non dorme), intitoli et indrizzi ogni suo scritto, così lo Spino, il Brembato e 'l Contile,
al refugio del merto derelitto. Volga il Manuzio e l'Amalteo lo stile, e il Verità a l'idolo ch'è solo perché nessuno esser gli può simile.
Gran Giovan de la Rovere col volo, nei suoi pregi studiando, passareste l'artico perno e l'antartico polo; benché ciò fate voi, signor c'aveste
quante i libri han dottrine in ascendente, e perché più vivesser ci nasceste. Cornar Benetto, Anton Corso eccellente, Parabosco, Rosel, Pace, Pompeo,
datela in l'opre a l'universa gente. Il possente tuo pletro, Aurialo Orfeo, dedica a l'alta Donna, poi che agiungi con esso a i merti d'ogni semideo.
Cerruto, Orazio a te riman di lungi se in ciascuna oda sue grandezze canti, e col fine del mondo ti congiungi. Tiepolo, Magi e Brusantino, i vanti
che poetando posson dar le carte nel dir di lei vi apariran davanti. Poi ch'ogni musa in la natura e in l'arte col fiato vostro, Beccatel, respira,
le di voi penne abbin sue laudi sparte. Barbaro Daniel, Fortunio Spira, per decantarne in voi temprando gite l'eccelsa cetra e la superna lira.
Del ciò che sète il bel volume aprite Vendermino, Domenichi, Bettussi, e in lei le vostre lettre conferite. Gallo urbinate, s'io Pietro non fussi
te Antonio esser vorrei; sì mi compiaccio nel legger quel che a te dettan gli influssi. E però pon da canto ogni altro impaccio, e 'l tuo furor poetico diserra
in suggetto sì alter, come anch'io faccio. Cornelio, Ottavian, Sisto, Volterra, suso i pulpiti aperti predicati la sua religion di terra in terra.
Padri che in gli ermi solitari orate, vergini ancille del rito cristiano, che sempre viva il Redemptor pregate. Intanto in musical coro, Adriano
nel silenzio de l'organo exponete armonizando il suo valor soprano. Benché o voi che nominanza avete ne gli eventi e nei garbi de i disegni,
dal ciò che più vi par non vi togliete. Dite academie a i laureati ingegni, di quei s'intende in vertù più securi, che non sono i tesor, gli imperi e i regni,
che attendino a gli studi lor maturi, e ancor che in voce d'inchiostro gli chiamo del mio persuader nessun si curi. Ma tacin di costei ch'io adoro et amo,
col bramar l'ombra di quella bontade ne la qual par che non peccasse Adamo. Però ch'essendo la sua Maestade oggidì squilla de la propria gloria,
ne gli anni ancor d'ogni posteritade di se stessa sarà tromba e memoria.
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