Salve meschin, volsi dire Albicante de le Muse pincerna e patriarca, di Parnaso agozino et amostante. Vada in bordello l'una e l'altra Parca,
circa il tagliarvi a pezzi col morire, e sia roffiano lor Dante e 'l Petrarca; è altro che il cantar del Dies ire, e «Pecorar, quando anderastu al monte?»,
il bestialaccio umor del vostro dire. Voi spolverate i gesti del Piemonte con un romor di stanze sì feroce, che amazza i serpi di Laocoonte.
Io mi feci il segno de la croce, leggiendo i due strammotti che gli fate, onde esclamai con pasquinesca voce: «O fra Porro poeta da scazzate,
che in Milano ti affibbi la ghirlanda di boldoni, busecchie e cervellate, la fama a l'Albicante dà la banda, la gloria gli promette il colonello,
e la immortalità se gli arcomanda». Or per tornare al mandato libello, o cronica, o leggenda che ella sia, per che pure vi scappa del cervello,
nel ringraziarne tanta cortesia, mi congratulo cento millia volte con lo aguzzo di vostra signoria. Visto ho di voi opre legate e sciolte,
in fino a quella che avanza l'Ancroia, cioè trilame, Trimarte e trivolte. Ma questa sola vi trarrà la foia per infinita secula del nome
ch'ogni giorno ci impicca il tempo boia. Potete ormai caricar le some de la laude propria, et infrascarvi a vostro beneplacito le chiome.
Tra il Iovio e il Molza potete piantarvi, e poi del porta inferi al dispetto con il dì del giudicio imparentarvi. O de le rime eroico architetto,
o de i versi stupendo prospettivo, il vostro libro ho tutto quanto letto. E certo in grado egli è superlativo, ma si vorrebbe che non fusse tale,
avendol fatto l'Albicante divo. Lasciate pur abbaiar le cicale, ché il Boiardo, il Pulci e l'Ariosto a petto a voi un bagaro non vale.
Ma se in un cantoncin mi aveste posto d'un romanzuccio, ci trionfarei, come un ch'è a la taverna a fferagosto. Confessi pur di esser caduta a' piei
la turba de gli eroi che immortalate col vostro stil proprio da semidei. In estasi il mio fegato mandate, con alcuna sentenzia traditora,
che a tempo e ne i suoi luoghi sguainate. L'anima e il cor m'imbertona e innamora quella che dice con suon mariuolo: «Un bel servir tutta la vita onora».
Fate sì ben campeggiar Ficaruolo suso la coda d'una desinenza, che se ne sbraca l'uno e l'altro polo. Mi dà la vita il leggere «Firenza»
non miga detto dal Decamerone, ma da l'Albicantissima licenza. Quel che vi tien compositor coglione ha un gran torto, perché sète infatti
di Febo piva, cornetto e trombone. Hanno «del simulardo come i gatti», dite voi ragionando de i tedeschi; comparazion che ci ha tutti disfatti.
I poveri poeti stanno freschi nel ritrovarsi un tal bravo a le spalle, cagion che niun sa ciò che si peschi. Se la rotta che fu di Roncisvalle,
avess'avuto voi per iscrittore, volareste ora come le farfalle. Voi sgargagliate le paci d'Amore e vomitate le guerre di Marte,
come il Pattol de l'Orchessa inventore. Bandendo va e la natura e l'arte, che il lor culo diventa beato quando si netta con le vostre carte;
e perciò, sozio mio laurato, sia benedetto il lunatico inchiostro col qual l'Istoria avete abbeverato: l'ermafrodito e da ben secol nostro
glorifichi et essalti tutta via in vocem magnam ciò che c'è di vostro. Da la sua lingua celebrato sia il coltel che temprò le penne isnelle,
che di Cupido fer la Notomia. Voi avete più obligo a le stelle che in capo vi pisciarono lo ingegno, che i Milanesi a chi trovò le ofelle.
Ma se in rame intagliato e non in legno fosse la maestà del vostro viso – che 'l sa Dio quanto egli ha grazia e disegno –, ne incacareste da dover Narciso,
e quella bardassuola di Iacinto, e il paggio che tien Giove in paradiso. Benché il vivo che è in voi paia dipinto, se vi ritressi messer Tiziano
sareste uom ver, non barbagianni finto. Il vostro ingegno de i savi decano, il vostro stil de i dotti maggiordomo, il vostro andar de i secoli scrivano,
merta la statua sul tetto del Duomo, anzi un colosso lavorato al torno, e dedicato nel lago di Como; perché il Burchiel, che sta nel ciel del forno,
non farebbe quel verso ove diceste: «che vinse, e poi fu vinto al far del giorno». Senza alcun dubbio in ascendente aveste madama Caliope e mona Clio,
onde sète uomo dal dì de le feste. Per esser voi amico e padron mio, ne son tanto superbo che mi tengo, quasi che non ho detto, un mezzo Iddio.
Per voi a l'armi spesso spesso vengo, bontà de la tristizia de i pedanti, a cui la rabbia con gli sguardi spengo. «Chi è costui che canonezi e vanti,
che solo a mentovarlo impazzo e spirto?» mi dimanda un di tali asini erranti. – È un subietto da lauro e da mirto, un profumato ingegno, un gentil bue –,
disse egli, in quel ch'io volea dire spirto. Se non ch'il braccio tenuto mi fue da un prete schiercato sodomito, ad ogni modo gli dava le sue.
Fratello, ancor che mi aviate chiarito adosso a chi vi morde mi squinterno, e in ciel vi pongo calzato e vestito, che a dir la verità io non discerno
chi impellicci e spellicci versi e prose, sì come voi ne la state e nel verno. Le vostre fantasie lussuriose usano i grevi epiteti e i leggieri
secondo il tempo, le genti e le cose. Di Pinarol, di Turino e di Cheri bilanciate l'onor dandolo a peso a l'uomo d'arme, al fante, al cavalieri.
Poi, dal furor del ghiribizzo acceso, duchi, marchesi, conti e capitani per tutto il mondo portate di peso. Ma le fatiche son gettate a i cani,
ché non che un zugo, Vergilio in persona, col porgli in ciel non gli trarria duo pani. Sopra dei grandi non piove e non tona, e in lode di colui che ha qualche soldo
senza tirarla ogni campana sona. «Io ho de i campi», diceva il Mainoldo, et illustrava con quella parola tutto il gaglioffo del suo manigoldo.
Almen quando cinguetta una gazzuola, se la dà de la suppa e s'accarezza, onde ella in giù e in su salticchia e vola; e il versificator si caccia e sprezza
come la povertà e 'l dire il vero, per c'or la villania è gentilezza. Or per fornirla fatevi un cristero di foglie di speranza, digestendo
fino a l'affezion che avete al clero. Tenete sempre in bocca «in convertendo – quando parlate ad un signor ribaldo, o dite «a longe me vobis comendo–.
In questo mezzo a l'ottimo Castaldo del concetto in cui l'ho toccato un tasto, se ben lo legge ne la stampa d'aldo, a la luce d'ognun non che del Vasto,
contar come io l'adoro non bisogna, per che la fede mia conosce al tasto. La man basciate al cavalier Cicogna da parte mia, poi che il catenino
ha tolto al suo prometter la vergogna. Se vedete il marchese di Sonzino, che le virtù con le promesse infregia, direteli il vostrissimo Aretino
è quel che 'l volto a tutti i nomi sfregia; però a soiar lui vadisi adagio. Non altro state sano. Di Vinegia nel Trenta nove, il dì doppo san Biagio.
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