O lingua indarno eran le tue parole, voce il tuo suono, i tuoi concetti ingegno penna i tuoi inchiostri e le tue carte sole, se Iddio non dava (perché n'era degno),
qual fece a Pietro a Iulio senza menda, con le chiavi e col manto il trono e 'l regno. Però che re non è che legga o intenda quel che natura in largo don mi diede,
perché in l'onor de chi 'l merta lo spenda. Ma or che 'l mondo inginocchiar si vede al pontifice sommo, in sé capace in sin di quel ch'ogni giudizio eccede,
dopo il iubilo preso in nostra pace de l'alma assunzion, che terren chiostro e l'ambito divin se ne compiace, ingegno, carta, lingua, penna e inchiostro,
in voce tutti del nativo stile, decantate exultando il Signor nostro. Poi che 'l di lui sempre animo virile, per conoscer se stesso in ciascun caso,
è felice oggidì come gentile, sembra colmo di gioie un aureo vaso la mente sua di quel pensier riplena, che batezar vorien l'Orto e l'Occaso.
In tanto egli rallegra e resserena le cadute virtù, gli studi afflitti, le bontà regge e le nequizie affrena. Con la pietade punisce i delitti,
co i favori e co i pregi ricompensa gli ottimi intenti in gli uomini diritti. Mostra a i superbi una iracondia immensa, porge a gli umili una quiete extrema,
tuttavia grazie e ognor venie dispensa. Per lui la colpa e 'l merto è ardito e trema, in tale istante la lor varia essenza gli onori acresce e i vituperi scema.
Ma perché è senso della conscienza, fiato de gli onestissimi consigli e cauto spirto della providenza, per sereni, diletti, amati figli,
privi del dubbio, senza gara alcuna, realmente terrà l'Aquille e i Gigli. Ché in vero Iddio, ove ogni ben si aduna, quale in figura ha la sua effigie in cielo
in sembianza del sole e della luna, largisce a noi con pio, clemente zelo, per lume, immago, il gran Padre ch'è in terra, stabilimento al Vaticano ostelo.
Onde il concilio manderà sotterra l'empia eresia de i luterani erranti con uno error che non errando anco erra. In cotal mentre il bon Pastor, che a quanti
papi succederagli insegna a ornarsi de' tituli de cui s'ornano i santi; con sì candido cor viene a mostrarsi che l'invidia, de i biasimi fucina,
di opporgli pur un che non sa pensarsi. Ella, a se stessa tosco e disciplina, giura che questo annale e quella istoria gli dee il nome inchinar sera e mattina.
Poi ch'egli, obietto a la immortal memoria, per sempre caminar coi piè del merto va per tute le scale de la gloria. Per tal miracol se gli è Carlo offerto
per divoto e leal, quel Cesar dico, che s'è un uomo o un Dio non si sa certo. Non cede il secol d'oggi al tempo antico or che di Cristo il Vicario sincero
sì magno imperator vedesi amico. Ormai volge la Chiesa il guardo altero ver l'Oriente con dir: «Forse ch'io confessar ti farò la fede e 'l vero».
A Iulio terzo dee pagar il fio chi giamai nol pagò, perch'è stupendo braccio del sacramento e man di Dio. Egli che sa sì ben viver vivendo,
e mo' fu sempre e sarà tuttavia angelo a i boni, a i rei giusto e tremendo. Chi a lui ricorre è di stimar che sia di ricorrerci degno, e infido quello
che la clemenza che 'l nutrisce oblia. È del culto catolico ribello, è composto di strana efferitade, è delle piante del vizio scabello,
qualunche in l'alma e regia maestade, che gli tranquilla il conspetto fronte u' spazia ignuda ogni sua volontade, non affige le ciglia avide e pronte,
imperò ch'ella è specchio a la speranza che loca altrui nel salutare MONTE. La cui cima ch'è foro, albergo e stanza de le grazie, del senno e del valore,
aguaglia il Sinai, l'Olimpo avanza. Fonti di carità, rivi d'amore, iscaturisce nel dorso e nel petto, e delle piaghe di Iesù il <li>core.
La Trinità di sé l'ha in vece eletto per dare un capo a religione, d'immaculate deità ricetto. E però l'ostie e gli altari non pone
tra l'armi, tra le morti, al sangue, a l'ire, per vanagloria de l'ambizione. Vorei più cose de i suoi merti dire, ma un sì gran suono per l'aria rimbomba,
che nel farmi tacer fammi stupire. Ecco la Fama in forma di colomba, che da lo stil la materia mi leva con l'armonia de la sua ch<i>ara tromba.
Ella che sopra i pianetti solleva Iulio, nome terribile e giocondo, onde in un tratto allegerisce e aggreva, canta ch'el solo di lode fecondo;
per rifulger di splendide eccellenze, idolo è fatto a le genti del mondo; benché l'inclite sue magnificenze modestamente servano i decori
de le religiose continenze, tal che nel dove convengon gli onori che si debbano a Dio, lascia da canto il rispetto de i grandi e de i minori.
Non già che lui, che si può dare il vanto d'aver propizio il fortunato evento, manchi loro in mercé tanto né quanto. Pur che in l'uom sia d'intelletto ornamento,
il monarca magnanimo non prezza, s'è patrizio o plebeo nel nascimento; ma solo tien di nobiltà richezza la solerzia, la fé, le vertù sparte
ne la creanza de la gentillezza. In colui poi l'affezzion comparte, che pur non è ma non pò esser empio, perché da l'onestà mai non si parte.
Il certo nume (a le gran cose exempio, e della ricordanza eternamente coro, ara, lampa, squilla, organo e tempio), è un celeste oraculo evidente,
i cui risponsi in note de gli eroi consolono in futuro et in presente. La degnitade ne i misteri suoi sì ben procede, che ci mostra espresso
come ben l'ha meritata fra noi. Con sicurtà di libero possesso in la parola de la lingua tiene il sì e il no in forte marmo impresso.
Stabilisce con l'un quel che conviene, e con l'altro lo inlecito depenna, e in tal fatto distingue il mal dal bene. Ei le giuste dimande non impenna
con il mentir de le promesse vane, anzi s'ottien ciò che col cenno accenna. Sì dotto antiveder saldo permane ne l'opre che i maneggi gli consegna,
con temperanze provide e soprane, che a ciascun, standosi queto, insegna quel che si debbe eseguire e deporre, e da niuno imparar ciò s'ingegna.
Tempo né forse non usa interporre a la necessità de i casi a i quali bisogna dar la prestezza e non tòrre. È ne i progressi, che non voglion l'ali,
ma spazio e pensimento gli richiede, tardo e ristretto con termini uguali. La carità l'amministra e la fé, onde a quella in ispirito non manca,
né mai questa da lui romper si vede. È di complession libera e franca, e 'n l'ardor de le fervide azzioni non mai si sazia, si raffredda o stanca.
Le qualità de le sue condizioni una machina paiono d'idee, esemplari a le pie cogitazioni. Simiglia un caos di palme idumee
la gran copia di i sensi in cui l'ha instrutto il profetar de le scritture ebree. E però premio, guidardone e frutto il succedere a Paolo gli è suto,
e ognuno il sa ma nol comprende in tutto. Ché benché il sol sia da ciascun veduto, son pochi poi tra la turba infinita che l'abbino in potenzia conosciuto.
La sua Beatitudine gradita da l'altre Santitadi è differente ne i gesti, ne l'imprese e ne la vita, più che il vivace d'un raggio spendente
da la luce che 'l forma e sparge lui dal luogo ove lei propria è asistente. È sempre effetto et abito in costui ciò che per varie vie disavedute
impeto e volontà fassi in altrui. Procaccia a longo andar requie e salute a i popoli che domina, e dà legge ne i riti sacri e 'n le cose devute.
Tal che nel volto di Roma si legge che voria sempre che Iulio Superno fusse Custode del cristiano gregge. Se gli anni suoi durassero in eterno,
l'anime nostre continuo vedrieno il Paradiso aprir, serrar l'Inferno. Compirà lieto i venti lustri apieno, ché il Redentor per cui negozia l'ama,
e buon pel clero se mai non vien meno. Qui la conclude la squilante Fama, perch'ogni clima del cerchio universo dentro a i suoi tabernaculi la chiama.
Sì che udirassi da lo Atlante al Perso, da gli evangeli del sermon di lei, canonizarlo in venerabil verso. Stupidi rimaran gli Indi e i Caldei
nel sentir in sentenzie e vere e vive chi è lo agente del Dio de gli Dei. Dal calamo del tempo si descrive che questa etade illustre il privilegia
d'inni ammirandi e di cantiche dive, perché di quante in una mente egregia reliquie di vertù son dispensate, la sua se ne alimenta e se ne fregia.
Nazioni externe di ragion dotate, converse nel piaccer de la letizia, Iulio Ottimo Maximo adorate. Scetro e catedra egli è de la giustizia,
de la concordia diadema e croce de la cruda e famelica avarizia: la persegue in pensiero, in atto e in voce, né vòl che dove guarda alzi la faccia
il monstro diabolico ed atroce. Iulio i tesori del Ciel si procaccia, serve si fa le libere persone, e sé imperante di modestia allaccia;
mentre che ad ogni infamia la prepone, e conculcando i tiranni usurari, circonda il regno di doppie corone. Iulio tien di peccunie aperti erari
quei cori, quelle viscere, quei petti che gli son di se stessi tributari. Tal che in vertù di sì veraci effetti, di Iulio eccelso a l'ombra mi consacro;
ch'oltra l'esser perfetto intra i perfetti, delle cose divine è simulacro, e delle umane suprema statura, e tre volte beato, santo e sacro,
altre tante a Dio e a la natura.
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