De l'aureo albergo, co l'Aurora inanzi, sí ratto usciva il Sol cinto di raggi, che detto avresti: — E' si corcò pur dianzi! — Alzato un poco, come fanno i saggi,
guardossi intorno, et a se stesso disse: — Che pensi? omai conven che piú cura aggi: ecco, s'un che famoso in terra visse de la sua fama per morir non esce,
che sarà de la legge che 'l ciel fisse? E se fama mortal morendo cresce, che spegner si devea in breve, veggio nostra eccellenzia al fine; onde m'incresce.
Che piú s'aspetta? e che puote esser peggio? che piú nel ciel ho io, che 'n terra un uomo, a cui esser egual per grazia cheggio? Quattro cavai con quanto studio como,
pasco nell'oceáno, e sprono e sferzo, e pur la fama d'un mortal non domo! Ingiuria da corruccio, e non da scherzo, avenir questo a me, s'i' fossi in cielo
non dirò primo, ma secondo o terzo! Or conven che s'accenda ogni mio zelo, sí ch'al mio volo l'ira adoppi i vanni, ch'io porto invidia a gli uomini, e no 'l celo;
de' quali io veggio alcun dopo mille anni, e mille e mille, piú chiari che 'n vita; et io m'avanzo di perpetui affanni. Tal son qual era anzi che stabilita
fusse la terra, dí e notte rotando per la strada ritonda ch'è infinita. — Poi che questo ebbe detto, disdegnando riprese il corso, piú veloce assai
che falcon d'alto a sua preda volando, piú dico, né pensier poria già mai seguir suo volo, non che lingua o stile; tal che con gran paura il rimirai.
Allor tenn'io il viver nostro a vile per la mirabil sua velocitate, vie piú che inanzi no 'l tenea gentile, e parvemi terribil vanitate
fermare in cose il cor che 'l Tempo preme, che, mentre piú le stringi, son passate. Però chi di suo stato cura o teme, proveggia ben, mentr'è l'arbitrio intero,
fondare in loco stabile sua speme, ché quant'io vidi il Tempo andar leggiero dopo la guida sua, che mai non posa, io no 'l dirò, perché poter non spero:
i' vidi il ghiaccio, e lí stesso la rosa, quasi in un punto il gran freddo e 'l gran caldo, che, pur udendo, par mirabil cosa. Ma chi ben mira, col giudizio saldo,
vedrá esser cosí. Ché no 'l vid'io? di che contra me stesso or mi riscaldo. Segui' già le speranze e 'l van desio; or ho dinanzi a gli occhi un chiaro specchio
ov'io veggio me stesso e 'l fallir mio, e quanto posso al fine m'apparecchio, pensando al breve viver mio, nel quale stamani era un fanciullo et or son vecchio.
Che piú d'un giorno è la vita mortale? Nubil' e brev' e freddo e pien di noia, che pò bella parer, ma nulla vale. Qui l'umana speranza e qui la gioia,
qui ' miseri mortali alzan la testa, e nesun sa quanto si viva o moia. Veggio or la fuga del mio viver presta, anzi di tutti, e nel fuggir del Sole,
la ruina del mondo manifesta. Or vi riconfortate in vostre fole, gioveni, e misurate il tempo largo! Ma piaga antiveduta assai men dole.
Forse che 'ndarno mie parole spargo, ma io v'annunzio che voi sete offesi da un grave e mortifero letargo, ché volan l'ore e ' giorni e gli anni e ' mesi:
inseme, con brevissimo intervallo, tutti avemo a cercar altri paesi. Non fate contra 'l vero al core un callo, come sete usi, anzi volgete gli occhi,
mentre emendar si pote il vostro fallo; non aspettate che la morte scocchi, come fa la piú parte, ché per certo infinita è la schiera de gli sciocchi.
Poi ch'io ebbi veduto e veggio aperto il volar e 'l fuggir del gran pianeta, ond'io ho danni et inganni assai sofferto, vidi una gente andarsen queta queta,
senza temer di Tempo o di sua rabbia, ché gli avea in guardia istorico o poeta. Di lor par che piú d'altri invidia s'abbia, ché per se stessi son levati a volo,
uscendo for de la comune gabbia. Contra costor colui che splende solo s'apparecchiava con maggiore sforzo, e riprendeva un piú spedito volo:
a' suoi corsier radoppiato era l'orzo; e la reina di ch'io sopra dissi, d'alcun de' suoi già volea far divorzo. Udi' dir, non so a chi, ma 'l detto scrissi:
«In questi umani, a dir proprio, ligustri, di cieca oblivion che scuri abissi! Volgerà il Sol, non pure anni, ma lustri, e secoli, vittor d'ogni cerebro,
e vedrà i vaneggiar di questi illustri. Quanti fur chiari fra Peneo et Ebro, che son venuti e verran tosto meno! quanti sul Xanto, e quanti in val di Tebro!
Un dubbio iberno, instabile sereno è vostra fama, e poca nebbia il rompe, e 'l gran tempo a' gran nomi è gran veneno. Passan vostre grandezze e vostre pompe,
passan le signorie, passano i regni: ogni cosa mortal Tempo interrompe, e, ritolta a' men buon, non dà a' piú degni; non pur quel di fuori il Tempo solve,
ma le vostre eloquenzie e' vostri ingegni. Cosí fuggendo il mondo seco volve, é mai si posa, né s'arresta o torna, fin che v'ha ricondotti in poca polve.
Or, perché umana gloria ha tante corna, on è mirabil cosa s'a fiaccarle alquanto oltra l'usanza si soggiorna. Ma quantunque si pensi il vulgo o parle,
e 'l viver vostro non fusse sí breve, tosto vedresti in fumo ritornarle». Udito questo, perché al ver di deve on contrastar, ma dar perfetta fede,
vidi ogni nostra gloria, al sol, di neve; e vidi il Tempo rimenar tal prede e' nostri nomi ch'io gli ebbi per nulla, ben che la gente ciò non sa né crede:
cieca, che sempre al vento si trastulla, pur di false opinion si pasce, lodando piú il morir vecchio che 'n culla. Quanti son già felici morti in fasce!
uanti miseri in ultima vecchiezza! Alcun dice: — Beato chi non nasce! — Ma per la turba, a' grandi errori avezza, opo la lunga età sia il nome chiaro:
che è questo però che sí s'apprezza? Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro; chiamasi Fama, et è morir secondo; né piú che contra 'l primo è alcun riparo.
Cosí 'l Tempo triumfa i nomi e 'l mondo!
Cookies on Poetry Cove