Poi che la bella e gloriosa donna cosí ornata giunse da man destra, volsimi a l'altra, del suo onor colonna, e vidi a quella man gente selvestra,
tacita e grave, che pensando avea fatto al ciel co' l'ingegno alta fenestra. Ivi vidi colui che pose idea ne la mente divina, e chi di questo
e d'altre cose seco contendea, ed era amico, ciò dicea, ma presto... Poi vidi il padre di filosofia, Socrate, un vecchiarello allegro, onesto.
Que' la trasse del cielo ove era pria ed allogolla in terra fra i mortali perché il vivere umano utile sia. Poi vidi alcuni alzarsi ed aprir l'ali
ove non bisognava ad ora ad ora, e far dal ciel nel fango brutti cali. Pitagora che 'l nome, il qual onora suoi possessor se 'n dritta parte è preso,
prima trovò; l'altra è tuba sonora, Senofonte, e Solon che diede a Creso il buon consiglio di guardare al fine, da molti udito, ma da pochi inteso;
e gli altri sei in non men pellegrine sedie vidi io, ma fama il ver non muta. Poi contendea Demostene ed Eschine: ciascun con sí tagliente e con sí aguta
lingua, ch'udendo lor querele tante, Grecia mi parve sbigottita e muta. Senocrate, Anassagora e Cleante e Zenone e Ferecide, radice
onde uscir molte verdi e liete piante; ed Epicuro che col popol dice, pur che 'l diletto sensual trabocchi, un uom razional porco felice.
Poi colui ch'a se stesso tolse gli occhi, perché 'l pensier la vista non occupe forse, o per non veder fiorir li sciocchi; e Crisippo a le cose oscure e cupe
non meno intento e duo bon poverelli, l'un in un tino e l'altro in una rupe. Diogene e Parmenide son quelli di ch'io ragiono; Antistene, Anacarse,
Crantor, Anassimene eran con elli; Anassarco e Calan, che vivo s'arse di viver sazio, e cui vaneggiando Mongibello sepolcro onesto parse;
Varro e 'l gran Tullio che venian parlando lingua latina, e Seneca il seguía; e Virgilio ed Omero alto cantando. Dolce mi fu il mirar lor leggiadria,
in atto in lingue in abito distinta, ed udir lor celeste melodia. Di lauro avea ciascun la fronte cinta, o d'edera o di mirto, altri ch'un solo,
che cantava canzon vera e non finta. Euripide vid'io levarsi a volo e Sofoclè, duo nobili tragedi, E Greci e nostri, che son fatti eredi
del monte di Parnaso e per quei gioghi mosser piú tardo, non men presti, i piedi. Tal al parlar, tal riconobbi ai luoghi: quel era di Volterra e quel d'Aquino,
ciascun par che suo sdegno in verso sfoghi. Dinanzi a questo Orazio venusino con la sua lira e 'l Fiorentin ch'è messo a cantar Pluto e Stillico e Ruffino.
Vidi Stazio a Virgilio ir sí da presso che li dava del piè nelle calcagna, e reverente umiliar se stesso. Poi vidi con Lucan d'ultima Spagna
Columella venir e Marziale ch'un gran Guascone aveva in lor compagna. Non è l'ingegno né lo stile equale a la materia, onde di mille taccio,
ma non posso tacer . . . . . . Lucilio, Ennio, Pacuvio, Plauto ed Accio, Nevio ed altri che poser in trastullo il mal d'amor, ricever fiamma e ghiaccio:
Anacreonte, Alceo e con Catullo, nodrito in Campo Marzo veronese, e Properzio ed Ovidio era e Tibullo. Ibico il grande amante calabrese
iva con lor; fra ta' sette vidi una giovane Greca assai bella e cortese d'amor lagnarsi, di sua ria fortuna. Poi vidi ond'ave appoggi ed alimenti
nostra memoria fragile e digiuna. Livio il gran padoan, da' fondamenti il qual di Roma cosí passo passo venne col tempo alle famose genti,
era il primo fra questi e questi lasso parea del gran viaggio e poi il secondo, Crispo Sallustio che non parla in casso. Trogo che col suo stile abbraccia il mondo,
non stringe, e Iustin seco e Festo e Floro toccar la superficie ma no 'l fondo. Erodoto e Tuchidide e con loro Polibio e Quinto Claudio, che tesseo
di rozza trame un nobile lavoro; e in ciò sembiante il veritiero ebreo Iosefo ed Egesippo, in cinque libri che poi l'istoria sua piú breve feo;
e Iulio Celso ch'io non so qual vibri meglio o 'l ferro o la penna; e Dare e Dite fra lor discordi e non è chi 'l ver cribri; cosí rimansi ancor l'antica lite
di questi e d'altri e gli argomenti interi, ché le certe notizie son fallite. Vidi ancor duo Corneli e duo Valeri, Orosio, Eutropio, Curzio ed altri molti,
tutti d'ingegno e d'eloquenzia alteri. Cinea e Carneadès che di memoria vinsero ogni uomo, sicome Grecia afferma; Ortensio, ch'à gran parte in questa gloria;
Plinio con libri suoi quattro e settanta di sua romana e natural istoria.
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