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1304–1374

IV

Francesco Petrarca

Poscia che mia fortuna in forza altrui m'ebbe sospinto, e tutti incisi i nervi di libertate ov'alcun tempo fui, io, ch'era piú salvatico che i cervi,

ratto domesticato fui con tutti i miei infelici e miseri conservi; e le fatiche lor vidi, e i lor frutti, per che torti sentieri e con qual arte

a l'amorosa greggia eran condutti. Mentre io volgeva gli occhi in ogni parte, s'i' ne vedesse alcun di chiara fama o per antiche o per moderne carte,

vidi colui che sola Euridice ama, e lei segue a l'inferno, e, per lei morto, con la lingua già fredda anco la chiama. Alceo conobbi, a dir s'amor sí scorto,

Pindaro, Anacreonte che rimesse ha le sue muse sol d'Amore in porto. Virgilio vidi, e parmi intorno avesse compagni d'alto ingegno e da trastullo,

di quei che volentier già 'l mondo lesse: l'uno era Ovidio, e l'altro era Catullo, l'altro Properzio, che d'amor cantaro fervidamente, e l'altro era Tibullo.

Una giovene greca a paro a paro co i nobili poeti iva cantando, et avea un suo stil soave e raro. Cosí, or quinci or quindi rimirando,

vidi gente ir per una verde piaggia pur d'amor volgarmente ragionando: ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoia, Guitton d'Arezzo,

che di non esser primo par ch'ira aggia; ecco i duo Guidi, che già fur in prezzo, Onesto bolognese, e i ciciliani, che fur già primi, e quivi eran da sezzo;

Sennuccio e Franceschin, che fur sí umani come ogni uom vide; e poi v'era un drappello di portamenti e di volgari strani: fra tutti il primo Arnaldo Daniello,

gran maestro d'amor, ch'a la sua terra ancor fa onor col suo dir strano e bello. Eranvi quei ch'Amor sí leve afferra: l'un Piero e l'altro, e 'l men famoso Arnaldo,

e quei che fur conquisi con piú guerra: i' dico l'uno e l'altro Raimbaldo che cantò pur Beatrice e Monferrato, e 'l vecchio Pier d'Alvernia con Giraldo;

Folco, que' ch'a Marsilia il nome ha dato, et a Genova tolto, ed a l'estremo cangiò per miglior patria abito e stato; Giaufré Rudel, ch'usò la vela e 'l remo

a cercar la sua morte, e quel Guillielmo che per cantar ha 'l fior de' suoi dí scemo; Amerigo, Bernardo, Ugo e Gauselmo, e molti altri ne vidi, a cui la lingua

lancia e spada fu sempre e targia et elmo. E, poi conven che 'l mio dolor distingua, volsimi a' nostri, e vidi 'l bon Tomasso, ch'ornò Bologna, et or Messina impingua.

O fugace dolcezza! o viver lasso! chi mi ti tolse sí tosto d'inanzi, senza 'l qual non sapea movere un passo? dove se' or, che meco eri pur dianzi?

Ben è 'l viver mortal, che sí n'agrada, sogno d'infermi e fola di romanzi! Poco era fuor de la comune strada, quando Socrate e Lelio vidi in prima:

con lor piú lunga via conven ch'io vada. O qual coppia d'amici! che né 'n rima poria né 'n prosa ornar assai né 'n versi, se, come dee, vertú nuda s'estima.

Con questi duo cercai monti diversi, andando tutti tre sempre ad un giogo; a questi le mie piaghe tutte apersi; da costor non mi pò tempo né luogo

divider mai, sí come io spero e bramo, in fino al cener del funereo rogo; con costor colsi il glorioso ramo onde forse anzi tempo ornai le tempie

in memoria di quella ch'io tanto amo. Ma pur di lei che 'l cor di pensier m'empie, non potei coglier mai ramo né foglia, sí fur le sue radici acerbe et empie;

onde, ben che talor doler mi soglia, come uom ch'è offeso, quel che con questi occhi vidi m'è fren che mai piú non mi doglia: materia di coturni, e non di socchi,

veder preso colui ch'è fatto deo da tardi ingegni, rintuzzati e sciocchi! Ma prima vo' seguir che di noi feo, e poi dirò quel che d'altrui sostenne:

opra non mia, d'Omero o ver d'Orfeo. Seguimmo il suon de le purpuree penne de' volanti corsier per mille fosse, fin che nel regno di sua madre venne;

né rallentate le catene o scosse, ma straccati per selve e per montagne, tal che nesun sapea in qual mondo fosse. Giace oltra, ove l'Egeo sospira e piagne,

un'isoletta dilicata e molle piú d'altra che 'l sol scalde o che 'l mar bagne: nel mezzo è un ombroso e chiuso colle con sí soavi odor, con sí dolci acque

ch'ogni maschio pensier de l'alma tolle. Questa è la terra che cotanto piacque a Venere, e 'n quel tempo a lei fu sagra che 'l ver nascoso e sconosciuto giacque;

et anco è di valor sí nuda e magra, tanto riten del suo primo esser vile, che par dolce a i cattivi et a i buoni agra. Or quivi triumfò il signor gentile

di noi e de gli altri tutti ch'ad un laccio presi avea, dal mar d'India a quel di Tile: pensieri in grembo e vanitadi in braccio, diletti fugitivi e ferma noia,

ròse di verno a mezza state il ghiaccio; dubbia speme davanti e breve gioia, penitenzia e dolor dopo le spalle; sallo il regno di Roma e quel di Troia.

E rimbombava tutta quella valle d'acque e d'augelli, et eran le sue rive bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle; rivi correnti di fontane vive

al caldo tempo su per l'erba fresca, e l'ombra spessa e l'aure dolci estive; poi quand' è 'l verno e l'aer si rinfresca, tepidi soli e giuochi e cibi et ozio

lento, che i semplicetti cori invesca. Era ne la stagion che l'equinozio fa vincitore il giorno, e Progne riede con la sorella al suo dolce negozio.

O di nostre fortune instabil fede! In quel loco e 'n quel tempo et in quell'ora che piú largo tributo a gli occhi chiede, triumfar volse que' che 'l vulgo adora.

E vidi a qual servaggio, et a qual morte, a quale strazio va chi s'innamora: errori e sogni et imagini smorte eran d'intorno a l'arco triumfale,

e false opinioni in su le porte, e lubrico sperar su per le scale, e dannoso guadagno ed util danno, e gradi ove piú scende chi piú sale;

stanco riposo e riposato affanno, chiaro disnore e gloria oscura e nigra, perfida lealtate e fido inganno, sollicito furor e ragion pigra,

carcer ove si vèn per strade aperte, onde per strette a gran pena si migra, ratte scese a l'entrare, a l'uscir erte, dentro confusion turbida e mischia

di certe doglie e d'allegrezze incerte. Non bollí mai Vulcan, Lipari od Ischia, Stromboli o Mongibello in tanta rabbia: poco ama sé chi 'n tal gioco s'arrischia.

In cosí tenebrosa e stretta gabbia rinchiusi fummo, ove le penne usate mutai per tempo e la mia prima labbia: e 'n tanto, pur sognando libertate,

l'alma, che 'l gran disio fea pronta e lève, consolai col veder le cose andate. Rimirando, er'io fatto al sol di neve, tanti spirti e sí chiari in carcer tetro,

quasi lunga pittura in tempo breve, che 'l piè va inanzi, e l'occhio torna a dietro.

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