Skip to content
1304–1374

III

Francesco Petrarca

Era sí pieno il cor di meraviglie ch'i' stava come l'uom che non pò dire, e tace, e guarda pur ch'altri il consiglie, quando l'amico mio: — Che fai? che mire?

che pensi? — disse — non sai tu ben ch'io son de la turba? e' mi convien seguire — — Frate — risposi — e tu sai l'esser mio e l'amor del saper che m'ha sí acceso,

che l'opra è ritardata dal desio. — Et egli: — I' t'avea già, tacendo, inteso: tu vuoli udir che son quest'altri ancora; i' tel dirò, se 'l dir non è conteso.

Vedi quel grande il quale ogni uomo onora; egli è Pompeo, et ha Cornelia seco, che del vil Tolomeo si lagna e plora. L'altro piú di lontan, quel è 'l gran greco;

né vede Egisto e l'empia Clitemestra: or puoi veder Amor s'egli è ben cieco. Altra fede, altro amor: vedi Ipermestra, vedi Piramo e Tisbe insieme a l'ombra,

Leandro in mare et Ero a la fenestra. Quel sí pensoso è Ulisse, affabile ombra, che la casta mogliera aspetta e prega; ma Circe, amando, gliel ritene e 'ngombra.

L'altro è il figliuol d'Amilcare, e no 'l piega in cotanti anni Italia tutta e Roma; vil feminella in Puglia il prende e lega. Quella che 'l suo signor con breve coma

va seguitando, in Ponto fu reina: come in atto servil se stessa doma! L'altra è Porzia, che 'l ferro e 'l foco affina; quell'altra è Giulia, e duolsi del marito

ch'a la seconda fiamma piú s'inchina. Volgi in qua gli occhi al gran padre schernito, che non si muta, e d'aver non gl'incresce sette e sette anni per Rachel servito:

vivace amor, che negli affanni cresce! Vedi 'l padre di questo, e vedi l'avo come di sua magion sol con Sara esce. Poi vedi come Amor crudele e pravo

vince Davit, e sforzalo a far l'opra onde poi pianga in loco oscuro e cavo. Simile nebbia par ch'oscuri e copra del piú saggio figliuol la chiara fama,

e 'l parta in tutto dal Signor di sopra. De l'altro, che 'n un punto ama e disama, vedi Tamar ch'al suo frate Absalone disdegnosa e dolente si richiama.

Poco dinanzi a lei vedi Sansone, vie piú forte che saggio, che per ciance in grembo a la nemica il capo pone. Vedi qui ben fra quante spade e lance

Amor, e 'l sonno, ed una vedovetta con bel parlar, con sue polite guance vince Oloferne; e lei tornar soletta con una ancilla e con l'orribil teschio,

Dio ringraziando, a mezza notte, in fretta. Vedi Sichem, e 'l suo sangue ch'è meschio de la circoncisione e de la morte, e 'l padre còlto e 'l popol ad un veschio:

questo gli ha fatto il súbito amar forte. Vedi Assuero il suo amor in qual modo va medicando a ciò che 'n pace il porte: da l'un si scioglie e lega a l'altro nodo;

cotal ha questa malizia remedio come d'asse si trae chiodo con chiodo. Vuo' veder in un cor diletto e tedio, dolce et amaro? Or mira il fero Erode:

Amore e crudeltà gli han posto assedio. Vedi come arde in prima, e poi si rode, tardi pentito di sua feritate, Marianne chiamando, che non l'ode.

Vedi tre belle donne innamorate, Procri, Artemisia, con Deidamia, ed altrettante ardite e scelerate, Semiramís, Biblí e Mirra ria:

come ciascuna par che si vergogni de la sua non concessa e torta via! Ecco quei che le carte empion di sogni, Lancilotto, Tristano, e gli altri erranti,

ove conven che 'l vulgo errante agogni. Vedi Ginevra, Isolda, e l'altre amanti, e la coppia d'Arimino, che 'nseme vanno facendo dolorosi pianti. —

Cosí parlava; et io, come chi teme futuro male, e trema anzi la tromba, sentendo già dov'altri anco no 'l preme, avea color d'uom tratto d'una tomba,

quando una giovenetta ebbi dallato, pura assai piú che candida colomba: ella mi prese; et io, ch'avrei giurato difendermi d'un uom coverto d'arme,

con parole e con cenni fui legato. E come ricordar di vero parme, l'amico mio piú presso mi si fece, e con un riso, per piú doglia darme,

dissemi entro l'orecchia: — Omai ti lece per te stesso parlar con chi ti piace, ché tutti siam macchiati d'una pece. — Io era un di color cui piú dispiace

de l'altrui ben che del suo mal, vedendo chi m'avea preso, in libertate e 'n pace; e come tardi dopo 'l danno intendo, di sue bellezze mia morte facea,

d'amor, di gelosia, d'invidia ardendo. Gli occhi dal suo bel viso non torcea, come uom ch'è infermo, e di tal cosa ingordo ch'è dolce al gusto, a la salute è rea.

Ad ogni altro piacer cieco era e sordo, seguendo lei per sí dubbiosi passi ch'i' tremo ancor, qualor me ne ricordo. Da quel tempo ebbi gli occhi umidi e bassi,

e 'l cor pensoso, e solitario albergo fonti, fiumi, montagne, boschi e sassi; da indi in qua cotante carte aspergo di penseri, e di lagrime, e d'inchiostro,

tante ne squarcio, e n'apparecchio, e vergo; da indi in qua so che si fa nel chiostro d'Amore, e che si teme, e che si spera, e, chi sa legger, ne la fronte il mostro.

E veggio andar quella leggiadra fera, non curando di me né di mie pene, di sue vertuti e di mie spoglie altera. Da l'altra parte, s'io discerno bene,

questo signor, che tutto 'l mondo sforza, teme di lei, ond'io son fuor di spene; ch'a mia difesa non ho ardir né forza, e quello, in ch'io sperava, lei lusinga,

che me e gli altri crudelmente scorza. Costei non è chi tanto o quanto stringa, cosí selvaggia e rebellante suole da le 'nsegne d'Amore andar solinga:

e veramente è fra le stelle un sole, un singular suo proprio portamento, suo riso, suoi disdegni e sue parole; le chiome accolte in oro o sparse al vento;

gli occhi ch'accesi d'un celeste lume m'infiamman sí ch'i' son d'arder contento. Chi poría 'l mansueto alto costume aguagliar mai, parlando, e la vertute,

ov'è 'l mio stil quasi al mar picciol fiume? Nove cose, e già mai piú non vedute, né da veder già mai piú d'una volta, ove tutte le lingue sarien mute!

Cosí preso mi trovo, et ella è sciolta; io prego giorno e notte (o stella iniqua!), et ella a pena di mille uno ascolta. Dura legge d'Amor! ma, ben che obliqua,

servar convensi, però ch'ella aggiunge di cielo in terra, universale, antiqua. Or so come da sé 'l cor di disgiunge, e come sa far pace, guerra, e tregua,

e coprir suo dolor quand'altri il punge; e so come in un punto si dilegua e poi si sparge per le guance il sangue, se paura o vergogna avèn che 'l segua;

so come sta tra' fiori ascoso l'angue, come sempre tra due si vegghia e dorme, come senza languir si more e langue; so de la mia nemica cercar l'orme,

e temer di trovarla, e so in qual guisa l'amante ne l'amato si transforme; so fra lunghi sospiri e brevi risa stato, voglia, color cangiare spesso,

viver stando dal cor l'alma divisa; so mille volte il dí ingannar me stesso; so, seguendo 'l mio foco ovunque e' fugge, arder da lunge et agghiacciar da presso;

so come Amor sovra la mente rugge, e come ogni ragione indi discaccia, e so in quante maniere il cor si strugge; so di che poco canape s'allaccia

un'anima gentil, quand'ella è sola, e non v'è chi per lei difesa faccia; so come Amor saetta, e come vola, e so com'or minaccia et or percote,

come ruba per forza e come invola, e come sono instabili sue rote, le mani armate, e gli occhi avolti in fasce, sue promesse di fé come son vòte;

come nell'ossa il suo foco si pasce, e ne le vene vive occulta piaga, onde morte e palese incendio nasce. In somma so che cosa è l'alma vaga,

rotto parlar con súbito silenzio, che poco dolce molto amaro appaga, di che s'ha il mèl temprato con l'assenzio.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
III · Francesco Petrarca · Poetry Cove