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1304–1374

III

Francesco Petrarca

Io non sapea da tal vista levarme, quand'io udi': — Pon mente a l'altro lato, ché s'acquista ben pregio altro che d'arme. — Volsimi da man manca, e vidi Plato,

che 'n quella schiera andò piú presso al segno al qual aggiunge cui dal cielo è dato; Aristotele poi, pien d'alto ingegno; Pitagora, che primo umilemente

filosofia chiamò per nome degno; Socrate e Senofonte, e quello ardente vecchio a cui fur le Muse tanto amiche ch'Argo e Micena e Troia se ne sente.

Questo cantò gli errori e le fatiche del figliuol di Laerte, e d'una diva, primo pintor delle memorie antiche. A man a man con lui cantando giva

il mantovan che di par seco giostra, et un al cui passar l'erba fioriva: questo è quel Marco Tullio in cui si mostra chiaro quanti eloquenzia ha frutti e fiori;

questi son gli occhi de la lingua nostra. Dopo venía Demostene, che fori è di speranza omai del primo loco, non ben contento de' secondi onori:

un gran folgor parea tutto di foco; Eschine il dica, che 'l poteo sentire quando presso al suo tuon parve già fioco. Io non posso per ordine ridire

questo o quel dove mi vedessi o quando e qual andar inanzi e qual seguire; ché cose innumerabili pensando, e mirando la turba tale e tanta,

l'occhio e 'l pensier m'andava disviando. Vidi Solon, di cui fu l'util pianta, che, se mal colta è, mal frutto produce, co gli altri sei di che Grecia si vanta.

Qui vid'io nostra gente aver per duce Varrone, il terzo gran lume romano, che, quando il miri piú, tanto piú luce; Crispo Salustio, e seco a mano a mano

un che già l'ebbe a schifo e 'l vide torto, cioè 'l gran Tito Livio padovano. Mentr'io 'l mirava, subito ebbi scorto quel Plinio veronese suo vicino,

a scriver molto, a morir poco accorto. Poi vidi il gran platonico Plotino, che, credendosi in ozio viver salvo, prevento fu dal suo fero destino,

il qual seco venia dal materno alvo, e però providenzia ivi non valse; poi Crasso, Antonio, Ortensio, Galba e Calvo con Pollion, che 'n tal superbia salse

che contra quel d'Arpino armar le lingue, cercando ambeduo fame indegne e false. Tuchidide vid'io, che ben distingue i tempi e ' luoghi e l'opere leggiadre,

e di che sangue quel campo s'impingue. Erodoto, di greca istoria padre, vidi, e dipinto il nobil geometra di triangoli e tondi e forme quadre;

e quel che 'n ver di noi divenne petra, Porfirio, che d'acuti silogismi empié la dialetica faretra, faccendo contra 'l vero arme i sofismi;

e quel di Coo, che fe' vie miglior l'opra, se bene intesi fusser gli aforismi. Apollo et Esculapio gli son sopra, chiusi ch'a pena il viso gli comprende,

sí par che i nomi il tempo limi e copra. Un di Pergamo il segue, et in lui pende l'arte guasta fra noi, allor non vile, ma breve e scura; e' la dichiara e stende.

Vidi Anassarco intrepido e virile, e Senocrate piú saldo ch'un sasso, che nulla forza volse ad atto vile. Vidi Archimede star col viso basso,

e Democrito andar tutto pensoso, per suo voler di lume e d'oro casso. Vidi Ippia, el vecchiarel che già fu oso dir — Io so tutto —; e poi di nulla certo,

ma d'ogni cosa Archesilao dubbioso. Vidi in suoi detti Eraclito coverto; e Diogene cinico, in suo' fatti, assai piú che non vuol vergogna, aperto;

e quel che lieto i suo' campi disfatti vide e deserti, d'altre merci carco, credendo averne invidiosi patti. Ivi era il curioso Dicearco;

et in suo' magisteri assai dispari Quintiliano e Seneca e Plutarco. Vidivi alquanti c'han turbati i mari con venti adversi e con ingegni vaghi,

non per saver, ma per contender chiari, urtar come leoni, e come draghi co le code avinchiarsi: or che è questo, ch'ognun del suo saver par che s'appaghi?

Carneade vidi in suo' studi sí desto, che, parlando egli, il vero e 'l falso a pena si discernea, cosí nel dir fu presto. La lunga vita e la sua larga vena

d'ingegno pose in accordar le parti che 'l furor litterato a guerra mena; né 'l poteo far, ché, come crebber l'arti, crebbe l'invidia, e col savere inseme

ne' cori enfiati i suo' veneni ha sparti. Contra 'l buon Siro, che l'umana speme alzò ponendo l'anima immortale, s'armò Epicuro, onde sua fama geme,

ardito a dir ch'ella non fusse tale; cosí al lume fu famoso e lippo, co la brigata al suo maestro eguale: di Metrodoro parlo e d'Aristippo.

Poi con gran subbio, e con mirabil fuso, vidi tela sottil tesser Crisippo. De gli stoici il padre alzato in suso, per far chiaro suo dir, vidi Zenone

mostrar la palma apera e 'l pugno chiuso; e per fermar sua bella intenzione, la sua tela gentil ordir Cleante, che tira al ver la vaga opinione.

Qui lascio, e piú di lor non dico avante.

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