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1304–1374

II

Francesco Petrarca

Pien d'infinita e nobil meraviglia, presa a mirar il buon popol di Marte, ch'al mondo non fu mai simil famiglia, giungea la vista con l'antiche carte

ove son gli alti nomi e ' sommi pregi, e sentiv'al mio dir mancar gran parte. Ma disviarmi i pellegrini egregi: Anibal primo, e quel, cantato in versi,

Achille, che di fama ebbe gran fregi, i duo chiari troiani e ' duo gran persi, Filippo e 'l figlio, che da Pella a gl'Indi correndo vinse paesi diversi.

Vidi l'altro Alessandro non lunge indi, non già correr cosí, ch'ebbe altro intoppo: quanto del vero onor, Fortuna, scindi! I tre Teban ch'i' dissi, in un bel groppo;

ne l'altro Aiace, Diomede, Ulisse, che desiò del mondo veder troppo; Nestor, che tanto seppe e tanto visse, Agamenón e Menelao, che 'n spose

poco felici al mondo fer gran risse; Leonida, ch'a' suoi lieto propose un duro prandio, una terribil cena, e 'n poca piazza fe' mirabil cose;

et Alcibiade, che sí spesso Atena come fu suo piacer volse e rivolse, con dolce lingua e con fronte serena; Milciade, che 'l gran gioco a Grecia tolse,

e 'l buon figliuol, che con pietà perfetta legò se vivo, e 'l padre morto sciolse; Teseo, Temistoclès con questa setta, Aristidès, che fu un greco Fabrizio:

a tutti fu crudelmente interdetta la patria sepoltura, e l'altrui vizio illustra lor, ché nulla meglio scopre contrari duo com' piccolo interstizio.

Focion va con questi tre di sopre, che di sua terra fu scacciato morto: molto diverso il guidardon da l'opre. Com'io mi volsi, il buon Pirro ebbi scorto,

e 'l buon re Massinissa, e gli era aviso, d'esser senza i roman, ricever torto. Con lui, mirando quinci e quindi fiso, Iero siracusan conobbi, e 'l crudo

Amilcare da lor molto diviso. Vidi, qual uscí già del foco ignudo il re di Lidia, manifesto essempio che poco val contra Fortuna scudo.

Vidi Siface pari a simil scempio; Brenno, sotto cui cadde gente molta, e poi cadde ei sotto il delfico tempio. In abito diversa, in popol folta

fu quella schiera; e mentre gli occhi alto ergo, vidi una parte tutta in sé raccolta: e quel che volse a Dio far grande albergo per abitar fra gli uomini, era il primo;

ma chi fe' l'opra, gli venía da tergo: a lui fu destinato, onde da imo produsse al sommo l'edificio santo, non tal, dentro, architetto, com'io estimo.

Poi quel ch'a Dio familiar fu tanto in grazia, a parlar seco a faccia a faccia, che nesun altro se ne pò dar vanto; e quel che, come uno animal s'allaccia,

co la lingua possente legò 'l Sole, per giugner de' nemici suoi la traccia: o fidanza gentil! chi Dio ben cole, quanto Dio ha creato aver suggetto

e 'l ciel tener con semplici parole! Poi vidi il padre nostro, a cui fu detto ch'uscisse di sua terra e gisse al loco ch'a l'umana salute era già eletto;

seco il figlio e 'l nipote, a cui fu il gioco fatto de le due spose, e 'l saggio e casto Iosef dal padre lontanarsi un poco. Poi, stendendo la vista quant'io basto,

colui vidi oltra il qual occhio non varca, la cui inobedienza ha il mondo guasto. Di qua da lui, chi fece la grande arca, e quei che cominciò poi la gran torre,

che fu sí di peccato e d'error carca. Poi quel buon Iuda, a cui nesun pò tòrre le sue leggi paterne, invitto e franco come uom che per giustizia a morte corre.

Già era il mio desio presso che stanco, quando mi fece una leggiadra vista piú vago di mirar ch'i' ne fossi anco: i' vidi alquante donne ad una lista,

Antiope ed Oritia armata e bella, Ipolita, del figlio afflitta e trista, e Menalippe, e ciascuna sí snella che vincerle fu gloria al grande Alcide:

e' l'una ebbe, e Teseo l'altra sorella; la vedova che sí secura vide morto 'l figliolo, e tal vendetta feo ch'uccise Ciro, et or sua fama uccide,

però che, udendo ancora il suo fin reo, par che di novo a sua gran colpa muoia, tanto quel dí del suo nome perdeo. Poi vidi quella che mal vide Troia;

e, fra queste, una vergine latina ch'in Italia a' Troian fe' molta noia. Poi vidi la magnanima reina, ch'una treccia ravolta e l'altra sparsa

corse a la babilonica rapina; poi Cleopatra: e l'un' e l'altra er'arsa d'indegno foco. E vidi in quella tresca Zenobia, del suo onore assai piú scarsa:

bella era, e nell'età fiorita e fresca, quanto in piú gioventute e 'n piú bellezza tanto par ch'onestà sua laude accresca. Nel cor femineo fu sí gran fermezza,

che col bel viso e coll'armata coma fece temer chi per natura sprezza: io parlo de l'imperio alto di Roma, che con arme assalío, ben ch'a l'estremo

fusse al nostro triumfo ricca soma. Fra ' nomi che 'n dir breve ascondo e premo, non fia Iudit, la vedovetta ardita che fe' il folle amador del capo scemo.

Ma Nino, ond'ogni istoria umana è ordita, dove lasc'io? e 'l suo gran successore, che superbia condusse a bestial vita? Belo dove riman, fonte d'errore,

non per sua colpa? dove Zoroastro, che fu de l'arte magiche inventore? e chi de' nostri dogi, che 'n duro astro passar l'Eufrate, fece il mal governo,

a l'italiche doglie fero impiastro? Ov'è 'l gran Mitridate, quello eterno nemico de' roman, che sí ramingo fuggí dinanzi a lor la state e 'l verno?

Molte gran cose in picciol fascio stringo. Ov'è un re Arturo, e tre Cesari Augusti, un d'Affrica, un di Spagna, un Lottoringo? Cingean costui suo' dodici robusti,

poi venía solo il buon duce Goffrido, che fe' l'impresa santa e ' passi giusti: questo (di ch'io mi sdegno e 'ndarno grido) fece in Ierusalem colle sue mani

il mal guardato e già negletto nido. Gite superbi, o miseri cristiani, consumando l'un l'altro, e non vi caglia che 'l sepolcro di Cristo è in man de' cani!

Raro o nesun che 'n alta fama saglia vidi dopo costui, s'io non m'inganno, o per arte di pace o di battaglia. Pur, come uomini eletti ultimi vanno,

vidi verso la fine il Saracino che fece a' nostri assai vergogna e danno. Quel di Luria seguiva il Saladino; poi il duca di Lancastro, che pur dianzi

era al regno de' franchi aspro vicino. Miro, come uom che volentier s'avanzi, s'alcuno ivi vedessi qual egli era altrove a gli occhi mei veduto inanzi,

e vidi duo che si partir ier sera di questa nostra etate e del paese; costor chiudean quella onorata schiera: il buon re cicilian che 'n alto intese,

e lunge vide, e fu veramente Argo; dall'altra parte il mio gran Colonnese, magnanimo, gentil, constante e largo.

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