La notte che seguí l'orribil caso che spense il sole, anzi 'l ripose in cielo, di ch'io son qui come uom cieco rimaso, spargea per l'aere il dolce estivo gelo,
che con la bianca amica di Titone suol da' sogni confusi tòrre il velo, quando donna sembiante a la stagione, di gemme orientali incoronata,
mosse vèr me da mille altre corone, e quella man, già tanto desiata, a me, parlando e sospirando, porse, onde eterna dolcezza al cor m'è nata:
— Riconosci colei che 'n prima torse i passi tuoi dal publico viaggio? — Come 'l cor giovenil di lei s'accorse, cosí, pensosa, in atto umíle e saggio
s'assise, e seder fèmmi in una riva la qual ombrava un bel lauro et un faggio. — Come non conosco io l'alma mia diva? — risposi in guisa d'uom che parla e plora —
Dimmi pur, prego, s' tu se' morta o viva. — — Viva son io, e tu se' morto ancora — diss'ella — e sarai sempre, in fin che giunga per levarti di terra l'ultima ora.
Ma 'l tempo è breve, e nostra voglia è lunga: però t'avisa, e 'l tuo dir stringi e frena, anzi che 'l giorno, già vicin, n'agiunga. — Et io: — Al fin di questa altra serena
c'ha nome vita, che per prova il sai, deh, dimmi se 'l morir è sí gran pena. — Rispose: — Mentre al vulgo dietro vai et a la opinion sua cieca e dura,
esser felice non puoi tu già mai. La morte è fin d'una pregione oscura all'anime gentili; all'altre è noia, c'hanno posto nel fango ogni lor cura.
Et ora il morir mio, che sí t'annoia, ti farebbe allegrar se tu sentissi la millesima parte di mia gioia. — Cosí parlava, e gli occhi avea al ciel fissi
devotamente; poi mosse in silenzio quelle labbra rosate, in fin ch'i' dissi: — Silla, Mario, Neron, Gaio e Mezenzio, fianchi, stomachi, e febri ardenti fanno
parer la morte amara piú ch'assenzio. — — Negar — disse — non posso che l'affanno, che va inanzi al morir, non doglia forte, e piú la tema de l'etterno danno;
ma, pur che l'alma in Dio si riconforte, e 'l cor, che 'n se medesmo è forse lasso, che altro ch'un sospir breve è la morte? Io avea già vicin l'ultimo passo,
la carne inferma, e l'anima ancor pronta, quando udi'dir in un son tristo e basso: «O misero colui che' giorni conta, e pargli l'un mille anni! Indarno vive,
ché seco in terra mai non si raffronta. E' cerca il mare, e tutte le sue rive, e sempre un stil, ovunqu'e' fusse, tenne; sol di lei pensa, o di lei parla, o scrive».
Allora in quella parte onde 'l suon venne gli occhi languidi volgo, e veggio quella che amò noi, me sospinse e te ritenne. Riconobbila al volto e a la favella,
che spesso ha già il mio cor racconsolato, or grave e saggia, allor onesta e bella. E quando io fui nel mio piú bello stato, ne l'età mia piú verde, a te piú cara,
ch'a dire et a pensare a molti ha dato, mi fu la vita poco men ch'amara a rispetto di quella mansueta e dolce morte ch'a' mortali è rara:
ché 'n tutto quel mio passo er'io piú lieta che qual d'essilio al dolce albergo riede, se non che mi stringea di te sol pièta. — — Deh, madonna — diss'io — per quella fede
che vi fu, credo, al tempo manifesta, or piú nel volto di chi tutto vede, creòvi Amor pensier mai nella testa d'aver pietà del mio lungo martire,
non lasciando vostra alta impresa onesta? Ché vostri dolci sdegni e le dolci ire, le dolci paci ne' belli occhi scritte, tenner molti anni in dubbio il mio desire. —
A pena ebb'io queste parole ditte, ch'io vidi lampeggiar quel dolce riso ch'un sol fu già di mie vertuti afflitte. Poi disse sospirando: — Mai diviso
da te non fu 'l mio cor, né già mai fia; ma temprai la tua fiamma col mio viso, perché a salvar te e me null'altra via era, e la nostra giovenetta fama;
né per ferza è però madre men pia. Quante volte diss'io meco: «Questi ama, anzi arde; or si conven ch'a ciò proveggia, e mal pò proveder chi teme o brama.
Quel di fuor miri, e quel d'entro non veggia». Questo fu quel che ti rivolse e strinse spesso, come caval fren, che vaneggia. Piú di mille fiate ira dipinse
il volto mio, ch'Amor ardeva il core: ma voglia, in me, ragion già mai non vinse. Poi, se vinto ti vidi dal dolore, drizzai in te gli occhi allor soavemente,
salvando la tua vita e 'l nostro onore; e se fu passion troppo possente, e la fronte e la voce a salutarti mossi, et or amorosa et or dolente.
Questi fur teco miei ingegni e mie arti, or benigne accoglienze et ora sdegni: tu 'l sai, che n'hai cantato in molte parti. Ch'i' vidi gli occhi tuoi talor sí pregni
di lagrime, ch'i' dissi: «Questi è córso, chi non l'aita, sí 'l conosco a i segni». Allor providi d'onesto soccorso. Talor ti vidi tali sproni al fianco,
ch'i' dissi: «Qui conven piú duro morso». Cosí caldo, vermiglio, freddo e bianco, or tristo, or lieto, in fin qui t'ho condutto salvo (ond'io mi rallegro), ben che stanco. —
Et io: — Madonna, assai fora gran frutto questo d'ogni mia fé, pur ch'i' 'l credessi — dissi tremando e non col viso asciutto. — Di poca fede! or io, se no 'l sapessi,
se non fusse ben ver, perché 'l direi? — rispose, e 'n vista parve s'accendessi — S'al mondo tu piacesti a gli occhi mei, questo mi taccio; pur quel dolce nodo
mi piacque assai che 'ntorno al cor avei; e piacemi il bel nome, se vero odo, che lunge e presso col tuo dir m'acquisti; né mai in tua amor richiesi altro che 'l modo.
Quel mancò solo, e mentre in atti tristi volei mostrarmi quel ch'i' vedea sempre, il tuo cor chiuso a tutto il mondo apristi. Quinci il mio gelo, onde ancor ti distempre;
ché concordia era tal dell'altre cose qual giunge Amor, pur ch'onestate il tempre. Fur quasi eguali in noi fiamme amorose, almen poi ch'i' m'avidi del tuo foco;
ma l'un le palesò, l'altro l'ascose. Tu eri di mercé chiamar già roco, quando tacea, perché vergogna e tema facean molto desir parer sí poco.
Non è minor il duol perché altri il prema, né maggior per andarsi lamentando; per ficzion non cresce il ver né scema. Ma non si ruppe almen ogni vel, quando,
soli, i tuo' detti, te presente accolsi, «di piú non osa il nostro amor» cantando? Teco era il core, a me gli occhi raccolsi: di ciò, come d' iniqua parte, duolti,
se 'l meglio e 'l piú ti diedi, e 'l men ti tolsi! Né pensi che, perché ti fossin tolti, ben mille volte, e piú di mille e mille, renduti e con pietate a te fur volti;
e state foran lor luci tranquille sempre ver' te, se non ch'ebbi temenza delle pericolose tue faville. Piú ti vo' dir, per non lasciarti senza
una conclusion che a te fia grata, forse, d'udire in su questa partenza: in tutte l'altre cose assai beata, in una sola a me stessa dispiacqui,
che 'n troppo umil terren mi trovai nata; duolmi ancor veramente ch'i' non nacqui almen piú presso al tuo fiorito nido: ma assai fu bel paese ond'io ti piacqui;
ché potea il cor, del qual sol io mi fido, volgersi altrove, a te essendo ignota, onde io fora men chiara e di men grido. — — Questo non — rispos'io — perché la rota
terza del ciel m'alzava a tanto amore, ovunque fusse, stabile et immota. — — Or, cosí sia — diss'ella — i' n'ebbi onore, ch'ancor mi segue. Ma per tuo diletto
tu non t'accorgi del fuggir de l'ore; vedi l'Aurora da l'aurato letto rimenar a i mortali il giorno, e 'l Sole già fuor de l'oceàno infino al petto:
questa vien per partirne, onde mi dole; s'a dire hai altro, studia d'esser breve, e col tempo dispensa le parole. — — Quant'io soffersi mai, soave e leve
— dissi — m'ha fatto il parlar dolce e pio; ma 'l viver senza voi m'è duro e greve. Però saper vorrei, madonna, s'io son per tardi seguirvi, o se per tempo. —
Ella, già mossa, disse: — Al creder mio, tu starai in terra senza me gran tempo. —
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