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1304–1374

II

Francesco Petrarca

Stanco già di mirar, non sazio ancora, or quinci or quindi mi volgea, guardando cose ch'a ricontarle è breve l'ora. Giva 'l cor di pensiero in pensier, quando

tutto a sé il trasser due che a mano a mano passavan dolcemente lagrimando: mossemi il lor leggiadro abito e strano, e 'l parlar pellegrin, che m'era oscuro,

ma l'interprete mio mel facea piano. Poi che seppi chi eran, piú securo m'accostai a lor, ché l'un spirito amico al nostro nome, l'altro era empio e duro.

Fecimi al primo: — O Massinissa antico, per lo tuo Scipione e per costei — cominciai — non t'incresca quel ch'i' dico. — Mirommi, e disse: — Volontier saprei

chi tu se'inanzi, da poi che sí bene hai spiato ambeduo gli affetti miei. — — L'esser mio — gli risposi — non sostene tanto conoscitor, ché cosí lunge

di poca fiamma gran luce non vène; ma tua fama real per tutto aggiunge, e tal che mai non ti vedrà né vide, con bel nodo d'amor teco congiunge.

Or dimmi, se colui in pace vi guide — e mostrai il duca lor — che coppia è questa, che mi par de le cose rare e fide? — — La lingua tua, al mio nome sí presta,

prova — diss'ei — che 'l sappi per te stesso, ma dirò per sfogar l'anima mesta: avend'io in quel sommo uom tutto 'l cor messo, tanto ch'a Lelio ne do vanto a pena,

ovunque fur sue insegne, e fui lor presso. A lui Fortuna fu sempre serena, ma non già quanto degno era il valore, del qual, piú d'altro mai, l'alma ebbe piena.

Poi che l'arme romane a grande onore per l'estremo occidente furo sparse, ivi n'aggiunse e ne congiunse Amore; né mai piú dolce fiamma in duo cori arse,

né farà, credo: o me! ma poche notti fur a tanti desir sí brevi e scarse, indarno a marital giogo condotti, che del nostro furor scuse non false,

e i legittimi nodi furon rotti. Quel che sol piú che tutto 'l mondo valse, ne dipartí con sue sante parole; ché di nostri sospir nulla gli calse.

E ben che fosse onde mi dolse e dole, pur vidi in lui chiara vertute accesa; ché 'n tutto è orbo chi non vede il sole. Gran giustizia a gli amanti è grave offesa;

però di tanto amico un tal consiglio fu quasi scoglio a l'amorosa impresa. Padre m'era in onore, in amor figlio, fratel ne gli anni; onde obedir convenne,

ma col cor tristo e con turbato ciglio. Cosí questa mia cara a morte venne; ché, vedendosi giunta in forza altrui, morir in prima che servir sostenne.

Et io del dolor mio ministro fui; ché 'l pregator e i preghi era sí ardenti, ch'offesi me per non offender lui; e manda' le il velen con sí dolenti

pensier, com'io so bene, et ella il crede, e tu, se tanto o quanto d'amor senti. Pianto fu 'l mio di tanta sposa erede; lei, et ogni mio bene, ogni speranza

perder elessi per non perder fede. Ma cerca omai se trovi in questa danza notabil cosa, perché 'l tempo è leve e piú de l'opra che del giorno avanza. —

Pien di pietate, e ripensando 'l breve spazio al gran foco di duo tali amanti, pareami al sol aver un cor di neve; quand'io udi' dir su, nel passar avanti:

— Costui certo per sé già non mi spiace, ma ferma son d'odiarli tutti quanti. — — Pon — diss'io — il core, o Sofonisba, in pace, ché Cartagine tua per le man nostre

tre volte cadde, et a la terza giace. — Et ella: — Altro vogl'io che tu mi mostre: se Affrica pianse, Italia non ne rise: dimandatene pur l'istorie vostre. —

A tanto il nostro e suo amico si mise, sorridendo, con lei nella gran calca, e fur da lor le mie luci divise. Come uom che per terren dubio cavalca,

che va restando ad ogni passo e guarda, e 'l pensier de l'andar molto difalca, cosí l'andata mia dubiosa e tarda facean gli amanti; di che ancor m'aggrada

saver quanto ciascun e 'n qual foco arda. I' vidi ir a man manca un fuor di strada, a guisa di chi brami e trovi cosa onde poi vergognoso e lieto vada.

Donar altrui la sua diletta sposa: o sommo amore e nova cortesia! tal ch'ella stessa lieta e vergognosa parea del cambio; e givansi per via

parlando insieme de' lor dolci affetti, e sospirando il regno di Soria. Trassimi a que' tre spirti, che ristretti eran già per seguire altro camino,

e dissi al primo: — I' prego che t'aspetti. — Et egli, al suon del ragionar latino, turbato in vista, si ratenne un poco; e poi, del mio voler quasi indivino,

disse: — Io Seleuco son, questi è Antioco mio figlio, che gran guerra ebbe con voi: ma ragion contra forza non ha loco. Questa, mia in prima, sua donna fu poi,

ché per scamparlo d'amorosa morte gliel diedi; e 'l don fu lecito fra noi. Stratonica è 'l suo nome, e nostra sorte, come vedi, indivisa; e per tal segno

si vede il nostro amor tenace e forte; ch'è contenta costei lasciar me e 'l regno, io il mio diletto, e questi la sua vita, per far, vie piú che sé, l'un l'altro degno.

E se non fosse la discreta aita del fisico gentil, che ben s'accorse, l'età sua in sul fiorire era finita. Tacendo, amando, quasi a morte corse;

e l'amar forza, e 'l tacer fu vertute; la mia, vera pietà, ch'a lui soccorse. — Cosí disse; e, come uom che voler mute, col fin de le parole i passi volse,

ch'a pena gli potei render salute. Poi che dagli occhi miei l'ombra si tolse, rimasi grave, e sospirando andai, ché 'l mio cor dal suo dir non si disciolse

in fin che mi fu detto: — Troppo stai in un penser a le cose diverse, e 'l tempo ch'è brevissimo ben sai. — Non menò tanti armati in Grecia Serse

quanti ivi erano amanti ignudi e presi, tal che l'occhio la vista non sofferse: varii di lingue e varii di paesi, tanto che di mille un non seppi il nome,

e fanno istoria quei pochi ch'i' 'ntesi. Perseo era l'uno e volsi saper come Andromeda gli piacque in Etiopia, vergine bruna i begli occhi e le chiome;

ivi il vano amador che la sua propia bellezza desiando fu distrutto, povero sol per troppo averne copia, ché divenne un bel fior senza alcun frutto;

e quella che, lui amando, ignuda voce fecesi, e 'l corpo un duro sasso asciutto; ivi quell'altro al suo mal sí veloce, Ifi, ch'amando altrui in odio s'ebbe,

con piú altri dannati a simil croce: gente cui per amar vivere increbbe; ove raffigurai alcun moderni, ch'a nominar perduta opra sarebbe:

que' duo che fece Amor compagni eterni, Alcione e Ceice, in riva al mare far i lor nidi a' piú soavi verni; lungo costor pensoso Esaco stare,

cercando Esperia, or sovra un sasso assiso et or sott'acqua et or alto volare; e vidi la crudel figlia di Niso fuggir volando, e correr Atalanta,

da tre palle d'òr vinta e d'un bel viso; e seco Ipomenès, che, fra cotanta turba d'amanti miseri cursori, sol di vittoria si rallegra e vanta.

Fra questi fabulosi e vani amori vidi Aci e Galatea, che 'n grembo gli era, e Polifemo farne gran romori; Glauco ondeggiar per entro quella schiera

senza colei cui sola par che pregi, nomando un'altr'amante acerba e fera; Canente e Pico, un già de' nostri regi, or vago augello; e chi di stato il mosse

lasciògli il nome e 'l real manto e i fregi. Vidi 'l pianto d'Egeria; e 'n vece d'osse Scilla indurarse in petra aspra ed alpestra, che del mar ciciliano infamia fosse;

e quella che la penna da man destra, come dogliosa e desperata scriva, e 'l ferro ignudo tèn dalla sinestra; Pigmalion con la sua donna viva;

e mille che Castalia, et Aganippe, udí cantar per la sua verde riva; e d'un pomo beffata al fin Cidippe.

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