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1304–1374

I

Francesco Petrarca

Da poi che Morte triumfò nel volto che di me stesso triumfar solea, e fu del nostro mondo il suo sol tolto, partissi quella dispietata e rea,

pallida in vista, orribile e superba, che 'l lume di beltate spento avea; quando, mirando intorno su per l'erba, vidi da l'altra parte giugner quella

che trae l'uom del sepolcro e 'n vita il serba. Quale in sul giorno un'amorosa stella suol venir d'oriente innanzi al Sole, che s'accompagna volentier con ella,

cotal venía. Et, oh!, di quali scole verrà il maestro che discriva a pieno quel ch'io vo' dire in simplici parole? Era d'intorno il ciel tanto sereno

che, per tutto 'l desir ch'ardea nel core, l'occhio mio non potea non venir meno. Scolpito per le fronti era il valore de l'onorata gente, dov'io scorsi

molti di quei che legar vidi Amore. Da man destra, ove gli occhi in prima porsi, la bella donna avea Cesare e Scipio, ma, qual piú presso, a gran pena m'accorsi:

l'un di Vertute e non d'Amor mancipio, l'altro d'entrambi. E poi mi fu mostrata, dopo sí glorioso e bel principio, gente di ferro e di valore armata:

sí come in Campidoglio al tempo antico talora o per via Sacra e per via Lata venian tutti, in quell'ordine ch'io dico, e leggeasi a ciascuno intorno al ciglio

il nome al mondo piú di gloria amico. Io era intento al nobile pispiglio, a i volti, a gli atti; ed ecco i primi due, l'un seguiva il nipote e l'altro il figlio,

che sol, senza alcun pari, al mondo fue; e quei che volsero a' nemici armati chiudere il passo co le membra sue; duo padri, da tre figli accompagnati:

l'un giva inanzi, e duo ne venian dopo, e l'ultimo era il primo fra' laudati. Poi fiammeggiava a guisa d'un piropo colui che col consiglio e co la mano

a tutta Italia giunse al maggior uopo: di Claudio dico, che notturno e piano, come il Metauro vide, a purgar venne di ria semenza il buon campo romano:

egli ebbe occhi a vedere, a volar penne; et un gran vecchio il secondava a presso, che con arte Anibále a bada tenne. Duo altri Fabii, e duo Caton con esso,

e duo Pauli, duo Bruti, e duo Marcelli; un regol ch'amò altrui piú che se stesso; un Curio et un Fabrizio, assai piú belli con la lor povertà che Mida o Crasso

con l'oro, onde a virtú furon rebelli; Cincinnato e Serran, che solo un passo senza costor non vanno; e 'l gran Camillo di viver prima, che di ben far, lasso,

perch'a sí alto grado il ciel sortillo, che sua virtute chiara il ricondusse onde altrui cieca rabbia dipartillo. Poi quel Torquato che 'l figliuol percusse,

e viver orbo per amor sofferse della milizia, perché orba non fusse. L'un Decio e l'altro, che col petto aperse le schiere de' nemici: o fiero voto,

che 'l padre e 'l figlio ad una morte offerse! Curzio venia con lor, non men devoto, che di sé e dell'arme empié lo speco in mezzo il Foro orribilmente voto.

Mummio, Levino, Attilio; et era seco Tito Flamminio, che con forza vinse, ma vie piú con pietate, il popol greco. Eravi quei che 'l re di Siria cinse

d'un magnanimo cerchio, e co la fronte e co la lingua a sua voglia lo strinse; e quel ch'armato, sol, difese un monte, onde poi fu sospinto; e quel che, solo,

contra tutta Toscana tenne un ponte; e chi a grande opra nel nemico stuolo mosse la mano indarno, e poscia l'arse, sí seco irato che non sentí il duolo;

e chi 'n mar prima vincitor apparse contr'a' Cartaginesi, e chi lor navi fra Cicilia e Sardigna ruppe e sparse. Appio conobbi a gli occhi, e ' suoi che gravi

furon sempre e molesti a l'umil plebe. Poi vidi un grande con atti soavi, e, se non che 'l suo lume all'estremo ebe, forse era il primo, e certo fu fra noi

qual Bacco, Alcide, Epaminonda a Tebe: ma 'l peggio è viver troppo! E vidi poi quel che da l'esser suo destro e leggiero ebbe nome, e fu 'l fior de gli anni suoi;

e quanto in arme fu crudo e severo, tanto quei che 'l seguiva era benigno, non so se miglior duce o cavalero. Poi venia que' che livido maligno

tumor di sangue, bene oprando, oppresse, nobil Volumnio e d'alta laude digno; Cosso e Filon, Rutilio, e dalle spesse luci in disparte tre soli ir vedeva,

rotti i membri e smagliate l'arme e fesse: Lucio Dentato, e Marco Sergio, e Sceva, que' tre folgori e tre scogli di guerra, ma l'un rio successor di fama leva;

Mario poi, che Iugurta e ' Cimbri atterra e 'l tedesco furore, e Fulvio Flacco, ch'a l'ingrati troncar a bel studio erra; et il piú nobil Fulvio, e solo un Gracco

di quel gran nido garulo inquieto, che fe' il popol roman piú volte stracco; e quel che parve altrui beato e lieto, non dico fu, ché non chiaro si vede

un chiuso cor profondo in suo secreto: Metello dico, e suo padre, e suo' rede, che già di Macedonia e de' Numidi e di Creta e di Spagna addusser prede.

Poscia Vespasian col figlio vidi, il buono e bello, non già il bello e rio, e 'l buon Nerva, e Traian, principi fidi, Elio Adriano, e 'l suo Antonin Pio,

bella successione in fino a Marco, ché bono a buono ha natural desio. Mentre che vago oltre co gli occhi varco, vidi il gran fondatore, e i regi cinque;

l'altro era in terra di mal peso carco, come adivien a chi vertú relinque.

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