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1304–1374

Frottole attribuite

Francesco Petrarca

Accorr'uomo! ch'io muoio. Che trar si passa il cuoio A chi così mi manda. La buona vivanda

Fa buono appetito. Il duro partito Fa l'uomo accidioso. Con l'uomo, ch'è ritroso,

È male trafficare. Non vada per mare, Chi vuol viver securo. Colui ch'è troppo duro,

È peggio d'una besta; E pollo senza cresta Non è però cappone. Chi tira a sé e ripone,

Non si può chiamar oca; La fede è già sì poca, Che a uno soffiar fia spenta. Chi dà buona sementa,

Ha buona speranza. Chi va drieto amanza, Non sa che si sia. Non facci beccaria,

Chi non sa scorticare. Deh! vadasi annegare, Chi non sente di gatto. Che vale oggi un contratto,

Se non v'assente volpe? E pur le buone polpe Piacciono a ciascuno. Il bianco con lo bruno

Si fa chiamar balzano. E pur di mano in mano Va la gatta in sacco. Chi vuole il buono bracco

Il castighi a buon'ora. Né suocera, né nuora Non si volson mai bene. Colui riman con pene

Chi a lo ingrato serve. La fiamma c'ha del verde, Poco può luttare. Tra compare e comare

Si usa prestar la staccia, E mal si cuoce l'accia, Io dico, senza cendere. Chi ha poco da spendere

È molto mal veduto. Colui non trova aiuto Che non può render cambio. Mulo che porta d'ambio

È dolce cavalcare. Or sai che si vuol fare? Stare a veder se 'l piove. Le cinque vaglion nove

A chi sa sofferire. Il troppo grande ardire Si debbe biasimare. Il vendere e 'l comprare

Non vuol poco cervello. E non pur il cappello Fu fatto pei tignosi. Le lingue de' pilosi

Attizzano i gran fuochi. Quelli son buoni cuochi Che fan netta cucina. Da ogni sorda lima

Si debbe l'uom guardare. Dura cosa è aspettare A chi ha bisogno e fretta. Male fa sua vendetta

Chi peggiora sua onta. Per male si conionta La pecora col lupo. A gorgo troppo cupo

È troppo mal passare. Chi vuole ben volare, Vuole aver buona esca. Chi sotto l'acqua pesca,

Dà di gran ghignate. Le troppo gran venchiate Talor rompeno il cerchio. Però nessun soperchio

Non ha perfezione. Di mala condizione È chi non teme Dio. Tal crede dare un fio

Che riceve un icchisi. Deh vada e appicchisi Chi non ama onore. Quello è mortal dolore

Chi cade in povertade, Poco vale bontade A chi non ha dinari. Chi porta buon calzari

Non cura de li spini. Chi ha le mani a uncini Da lui sempre ti guarda. Colpa, cui pena tarda

Ingenera superba. Oh quanto ella è acerba A inghiottire la ingiuria! Chi impresa fa con furia

Talor si spezza il capo. Tal si fa chiamar Lapo, Che ha nome Giovanni. Or guârti da l'inganni

Di que' che sono ipocri, E da' versi mediocri, Se non vuoi perder l'anima. Chi troppo ti disanima,

Non è senza malizia. Chi giace con pigrizia, Povertà l'abbraccia, Colui che pover caccia,

A Dio dispiaccia troppo. Chi al favellar fa groppo È sacco di difetto. L'uomo che t'ha suspetto,

Non praticar con lui. Non ti fidar d'altrui Se tu no 'l provi prima. Gran doglia ha chi 'l suo stima,

Poi ch'è caduto al fondo. Secreto ch'abbia pondo, Sempre nel cor ti serra. Non cominciar mai guerra

Se non vedi il vantaggio, Talor per lo grand'aggio Si perde 'l capitale. Chi vuol volar senz'ale

Non fa mai buon cammino. Oh quanto è mal latino Chi sospirando parla! Chi troppo d'altrui sparla,

Pongasi mente intorno; Non s'ode tanto il corno Quanto il dir mal d'altrui. Dove sono i gran bui

Si dàn le gran picchiate. In reti remacchiate Non spender mai dinaio. Tal porta in capo il vaio

Che ha cervel di pecora. Malvasia e grecora Non si usan su per l'Alpe. E' non son pur le talpe

Che han capo senza li occhi. Con uom che 'l ver ti tocchi Non t'adirar giammai. Se navigando vai,

Sempre va' ritto in barca. La soma ch'è mal carca, Spesso va per terra. Chi vuol la buona terra

Ogni mal erba spianti. Gatta che porta guanti Non piglierà mai sorci. Chi ha a schirçar con porci

Non si faccia ermellino. Oh quanti nel catino Ancor mangian con Giuda! Chi ha sua carne cruda,

Mal vestirà l'altrui. A dir così: – già fui – È uno accrescer doglia. Colui che ben si ammoglia

Non ha poca ventura. Chi sé stesso misura Non può acquistar vergogna. Chi troppo gatta rogna,

S'insanguina la carne. Rade volte le starne Manduca chi le piglia. Tenga mano a la briglia

Chi ha ronzin che inciampi. E senza andar per campi Si trovan de le lappole. Topo che mangia in trappole

Caro gli costa il lardo. Or sai chi è ben gagliardo? Chi d'altrui si difende. Al levar de le tende

Si conoscon le feste. Chi a posta altrui si veste, Sua libertade spoglia. Al seme o alla foglia

Cognosce l'uomo ogni erba. Assai tesor si serba Chi ben mantene amico. Or nota ciò ch'io dico,

E no 'l tener a ciancia, Che tutti a la bilancia Ne pesa la fortuna. E concludendo in una,

Tien per vera sentenza: Che ciascuna scïenza Si può bene imparare, E da ciascuna trâre

Si puote anche buon frutto Ma non conoscer l'uom, per certo, in tutto.

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