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1304–1374

74 [Tr. Cup. III]

Francesco Petrarca

– Dell'altro, che 'n un punto ama et disama, vedi Tamàr che 'ncenerata al frate generosa et dolente si richiama. Vedi tre belle donne innamorate:

Procri, Arthemisia con Deidamia, ed altrettante ardite et scelerate, Semiramìs et Biblì et Mirra ria, come ciascuna par che si vergogni

de la sua non concessa et torta via! Ecco que' che le carte empion di sogni, Tristano et Lancelotto e gli altri erranti, ove conven che 'l vulgo errante agogni.

Vedi Isolda et Genevra et l'altre amanti, e la coppia d'Arimino, che 'nseme vanno faccendo dolorosi pianti. – Così parlava, et io, come uom che teme

per augurio del core anzi l'assalto, futuro male et trema anzi la tromba, e sente già dove altri anchor nol preme, pareva in vista tracto d'una tomba,

quand'io vidi un'angelica fanciulla, quando una giovenetta ebbi dallato, pura come una candida colomba. Ella mi prese, ed io, ch'avrei giurato

difendermi d'uno uom fornito d'arme, con gli occhi et con parole fui legato; e come ricordar di vero parme, l'amico mio più presso mi si fece,

per suo diletto et per più noia darme; a l'orecchia mi disse: – Omai ti lice per te stesso parlar con tutti questi: ecco qui Dante co la sua Beatrice

dissemi entro l'orecchie: – Omai ti lece per te stesso parlar con tutti questi, ché tutti siam macchiati d'una pece. – Io era un di color che son più mesti

de l'altrui ben che del suo mal, vedendo a chi mi prese i pie' liberi et presti; e, sì come or tardi a mio uopo intendo, per più mirarla più m'andava dentro

per più mirarla più et più m'andava d'amor, d'invidia et di dolcezza ardendo. Gli occhi dal suo bel viso non levava, e, come tardi dopo 'l danno intendo,

di sua bellezza mia morte facea, d'amor, di gelosia, d'invidia ardendo. Gli occhi dal suo bel viso non volgea, come uomo infermo et di tal cosa ingordo

che, dolce al gusto, a la salute è rea. Ad ogni altro piacer cieco era et sordo, seguendo un sol per sì dubbiosi passi, che con tremore anchor me ne ricordo.

Da quel tempo ebbi gli occhi humidi et bassi, e 'l cor pensoso, et solitario albergo fonti, fiumi, montagne, boschi et sassi; da indi in qua cotante carte aspergo

di penseri et di lagrime et d'incostro, tante ne straccio et n'apparecchio et vergo; da indi in qua so che si fa nel chiostro d'Amor, et che si teme et che si spera,

e, chi sa legger, ne la vista il mostro. E veggio andar quella leggiadra fera, non curando di me né di mia vita, di sua vertute et di mie spoglie altera;

e sentomi manchar, né trovo aita; ché 'l signor ch'a quest'altri e a me fa forza non curando di me né di mie pene, di sua vertute et di mie spoglie altera;

e sentomi manchar, et non ò spene d'aita, ché 'l signor che 'l mondo sforza par che tema di lei, s'io veggio bene, et s'io non erro et s'io discerno bene,

questo signor, che tutto 'l mondo sforza, teme di lei, ond'io son fuor di spene, ch'io contra lei non ò ardir né forza, e quello in ch'io sperava lei lusinga,

che me e gli altri crudelmente scorza. Costei non è chi tocchi e chi distringa, perché disciolta et rebellante suole da le 'nsegne d'Amore andar solinga:

e veramente è fra le stelle un sole, una bellezza singulare et propria, suo proprio portamento et sue parole, un singular suo proprio portamento,

suo riso, suoi disdegni et sue parole; le chiome o strette in oro o sparse al vento, sì divina vertù degli occhi vaghi gli occhi sì ardenti et pien' d'un dolce lume,

ch'i' son d'arder per lor quasi contento. Chi poria mai l'angelico costume aguagliar con parole, et la vertute ov'è 'l mio stil come al mar picciol fiume?

Nove cose, et già mai più non vedute, né da veder già mai più d'una volta, ove tutte le lingue sarian mute! Lasso, ch'i' son legato ed ella sciolta!

Io prego giorno et notte ed ella tace ed a gran pena i miei sospiri ascolta. I' vivo in guerra sempre ed ella in pace: qual constellatione è in me sì obliqua,

che la sua stella regna et la mia giace? Io prego giorno et notte (oh stella iniqua!): ella a gran pena i miei sospiri ascolta. Fiera usanza d'amore e legge iniqua!

Ma soffrir si convene, ch'ella è dura Ma soffrir si conven, ché s'ella è dura e grave, almen ella è comune e antiqua. Or so come diven la fronte oscura

come si vegghia con paura et dorme, e so come 'l pensiero il sonno fura; Or so come la fronte altrui s'oscura e come s'asserena, ed in un punto

e rasserena sùbito in un punto, e so come 'l pensiero il sonno fura; so coperire il dolor quando è 'l cor punto in un'hora far pace et guerra et triegua,

et senza sospizion non stare un punto; so come 'l sangue ratto si dilegua e so come si sparge per le guancie, so come in un momento si dilegua

e poi si sparge per le guancie il sangue, se paura o vergoga aven ch'el segua; so come sta nel prato ascosto l'angue; come si vegghia con sospetto e dorme,

e senza febbre sì come altri langue; so de la mia nemica seguir l'orme, e temer di trovarla, ed in che modo l'amante ne l'amato si transforme;

so esser preso ad ogni picciol nodo, e vergognare e 'mpallidire spesso; nulla sentir di quel ch'io veggio ed odo; so mille volte il dì ingannar me stesso

e, seguendo 'l mio foco ovunque e' fugge, arder da·llunge ed agghiacciar da presso. So come Amor sopra la mente rugge e come ogi ragione indi discaccia,

ed in quante maniere il cor si strugge. So di che poco canape s'allaccia un'anima gentil, quando ella è sola e non è chi per lei difesa faccia.

So come Amor saetta e come vola, come or minaccia ed or percote, come ruba per forza et come invola, e come sono instabili sue rote,

le speranze dubbiose e 'l dolor certo, come sue promession' di fe' son vote, come nell'ossa è 'l suo foco coverto e ne le vene vive occulta piaga,

e poi morte palese e 'ncendio aperto. Insomma, so che cosa è l'alma vaga, rotto parlar con sùbito silentio, che poco dolce molto amaro appaga,

di che sa il mel misciato co l'assentio. Insomma, so com'è inconstante e vaga, timida ardita vita degli amanti; com poco dolce molto amaro appaga;

e so i costumi, lor sospiri et canti, un parlar rotto, un sùbito silentio, e 'l brevissimo riso e i lunghi pianti, e qual è 'l mel temprato coll'assentio.

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