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1304–1374

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Francesco Petrarca

Da poi ch'io veggio e cielo e fuoco e terra, E col mar tempestoso e sole e luna, Le stelle e la fortuna Contra me tutti pronti a farmi guerra;

Piangendo mi rivolgo a quei che afferra Colle sue braccia tutto l'universo, Però che già sommerso Meschin mi trovo e posto giù nel fondo.

Piacciati adunque, Redentor del mondo, Cavarmi fuora di quest'aspra valle, Acciò che 'l dritto calle Possa trovar che mi conduca in porto.

Però che privo son d'ogni conforto, E non trovo riposo in tanti guai, E tu, Signor, lo sai; Sicché soccorri ormai mia miser'alma.

Deh! vien, Signor, con vittoriosa palma Ad aiutar la errante navicella, Ché in questa gran procella Non truova in sua salute alcun ristoro.

Corri, dolce Signor, non far dimoro, Ch'i' son già presso a quell'orribil sorte Che m'aprirà le porte, Dove a pianger sarò sempre costretto.

I' son dolente e piango il mio difetto, Col quale offesi la tua gran potenza, Sicché per tua clemenza Perdonami, o Signore, il grave errore.

E non guardar ch'i' sia gran peccatore, E sia stato sinor pien di follia, Ché pur la dritta via Vorria trovar che su nel ciel ci mena.

Perdonami, Signor, per quella pena Che in croce sostenesti e i tanti mali, Per dare a noi mortali Nel regno de' Beati alcuna parte.

Perdonami, o Signor, tutte le carte Dove son scritte su le mie gran colpe, Perché l'ossa e le polpe Rimembrando mi treman notte e dia.

Perdonami, o figliuolo di Maria, Per lo prezioso sangue che succhiasti Da Lei, qualora entrasti Nel verginal suo seno immaculato.

Perdonami, ben ch'aggia a te fallato, E non voler ch'io vada nell'inferno A star nel foco eterno, Ma tua mercé mi scusi aspro tormento.

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