Skip to content
1304–1374

127

Francesco Petrarca

Quel c'ha nostra natura in sé più degno, Di qua dal ben per cui l'umana essenza Da gli animali in parte si distingue, (Ciò è l'intellettiva conoscenza),

Mi pare un bello, un valoroso sdegno, Quando gran fiamma di malizia estingue. Ché già non mille adamantine lingue Con le voci d'acciar sonanti e forti

Porriano assai lodar quel di ch'io parlo; Né io vengo a inalzarlo, Ma a dirne alquanto agl'intelletti accorti. Dico che mille morti

Son picciol pregio a tal gioia e sì nova: Sì pochi oggi se 'n trova Ch'i' credea ben che fosse morto il seme, Ed e' si stava in sé raccolto inseme.

Tutto pensoso un spirito gentile, Pien de lo sdegno ch'io giva cercando, Si stava ascoso, sì celatamente, Ch'i' dicea fra me stesso: oi me, quando

Avrà mai fin quest'aspro tempo e vile? Son di vertù sì le faville spente? Vedea l'oppressa e miserabil gente Giunt'a l'estremo, e non vedea 'l soccorso

Quinci o quindi apparir da qualche parte. Così Saturno e Marte Chiuso avea 'l passo; ond'era tardo il corso, Ch'a lo spietato morso

Del tirannico dente empio e feroce, Ch'assai più punge e coce Che morte ed altro rio, ponesse 'l freno, E reducesse il bel tempo sereno.

Libertà, dolce e desiato bene, Mal conosciuto a chi talor no 'l perde, Quanto gradita al buon mondo esser dêi! Da te la vita vien fiorita e verde:

Per te stato gioioso si mantene Ch'ir mi fa somigliante a gli alti dèi: Senza te lungamente non vorrei Ricchezze, onor e ciò ch'uom più desia;

Ma teco ogni tugurio acqueta l'alma. Ahi grave e crudel salma, Che n'avei stanchi per sì lunga via! Come non giunse pria

Chi ti levasse da le nostre spalle? Sì faticoso è 'l calle Per cui gran fama di vertù s'acquista, Ch'egli spaventa altrui sol de la vista.

Cor regio fu, sì come sona il nome, Quel che venne securo a l'alta impresa Per mar, per terra e per poggi e per piani; E là ond'era più erta e più contesa

La strada, a l'importune nostre some, Corse e soccorse con affetti umani Quel magnanimo; e poi con le sue mani, Pietose a' buoni et a' nemici invitte,

Ogni incarco da gli omeri ne tolse, E soave raccolse Insieme quelle sparse genti afflitte, A le quali interditte

Le paterne lor leggi eran per forza; Le quali a scorza a scorza Consunte avea l'insazïabil fame De' can che fanno lor pecore grame.

Sicilia, di tiranni antico nido, Vide trista Agatòcle acerbo e crudo, E vide i dispietati Dïonigi, E quel che fece il crudo fabro ignudo

Gittare il primo doloroso strido E far ne l'arte sua primi vestigi: E la bella contrada di Trevigi Ha le piaghe ancor fresche d'Azzolino.

Roma di Gaio e di Neron si lagna; E di molti Romagna; Mantova duolse ancor d'un Passerino, Ma null'altro destino

Né giogo fu mai duro quanto 'l nostro Era, né carte e inchiostro Basterebben' al vero in questo loco; Onde meglio è tacer, che dirne poco.

Però non Cato, quel sì grande amico Di libertà, che più di lei non visse; Non quel che 'l Re superbo spinse fore, Non Fabii o Deci, di che ogni uomo scrisse,

(Se reverenza del buon tempo antico Non mi vieta parlar quel c'ho nel core) Non altri al mondo più verace amore De la sua patria in alcun tempo accese;

Ché non già morte, ma leggiadro ardire E l'opra è da gradire Non meno in chi, salvando il suo paese, Sé medesmo difese,

Che 'n colui che il suo proprio sangue sparse: Poi che le vene scarse Non eran quando bisognato fosse; Né morir dal ben far gli animi smosse.

E, perché nulla al sommo valor manche, La patria, tolta a l'unghie de' tiranni, Liberamente in pace si governa, E ristorando va gli antichi danni

E riposando le sue parti stanche E ringraziando la pietà superna, Pregando che sua grazia faccia eterna. Et ciò si può sperar ben, s'io non erro;

Però ch'un'alma in quattro cori alberga, E una sola verga È in quattro mani et un medesmo ferro; E, quanto più e più serro

La mente ne l'usato imaginare, Più conoscer mi pare Che per concordia il basso stato avanza, L'alto mantiensi; e questa è mia speranza.

Lunge da' libri nata in mezzo l'arme, Canzon, de' miglior quattro ch'i' conosca Per ogni parte ragionando andrai: Tu puoi ben dir, che 'l sai,

Come lor gloria nulla nebbia offosca; E, se va' 'n terra Tosca, Ch'appregia l'opre coraggiose e belle, Ivi conta di lor vere novelle.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
127 · Francesco Petrarca · Poetry Cove