Serra, Aurora, il balcon, né più si renda
rosato il ciel, né i dì più chiari e lieti
da tuo' begli occhi, onde 'l veder si vieti
le bionde treccie e la purpurea benda.
Tempo è che Febo se medesmo offenda,
e tinto di dolor, in braccio a Teti,
orbo lasci di sé mondo e pianeti,
sì che giorno quaggiù più non s'attenda.
Sì schivo omai è de' rei vizii il lezzo,
ch'ogni aprico sentier del ciel si duole,
e par che suonin quelle piaggie e queste.
Per l'opre inique del Caprar d'Arezzo
di scolorarsi ha più cagione il Sole,
che per Atreo non ebbe e per Tieste.