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1515–1570

190

Nicolò Franco

Anzi il partir che fece di Casale il signor Delicato, volse, sì com'è usanza d'uom mortale, far testamento, con notarne in carte

l' ordine tutto intero, a parte a parte. E però, bench'ei fusse in quel suo stato de l'esser mal disposto e del suo corpo debole e gravato,

sano di mente e di giudicio intero, prese a parlar, per quel che s'ha dal vero: Io so che la Primera (e ciò sia tosto) vorrà ch'io muoia a fatto,

e pria ch'io giunga in Fiandra, ha già proposto darmi quel fiero colpo, il quale atterra chi non ha pace mai con la sua guerra. Però pria ch'io ne sia del tutto morto,

parmi debito fatto ch'io prenda il mal futuro a buon conforto. E come ciascun suole in tai dolori disponga quel che resta a' successori.

Del successor di me, non vo' ch'altro atto si mostri in testamento perché 'l più prossimano è legge e patto restare in vece altrui, quando si lascia

questa caduca spoglia che n'affascia. A colui dunque è l'ultimo mio intento lasciar ciò che m'avanza se pur il morir mio sia mai contento,

né sia da questo mal che mi minaccia guardato ognior con sì turbata faccia. E tal che alcun non sia che per usanza habbia da maledirmi,

non vo' meco portarne a l'altra stanza la robba altrui, e ciò che non è mio, sendo egli cosa molto ingrata a Dio. Per tanto lascio a tutti, anzi il partirmi,

secondo la mia stima, quel che tocca ad ogniuno, e contradirmi so che niun potrà, se già si pare che quel ch'io lascio, è debito lasciare.

E da ciò cominciando, io lascio prima che mai più non s'allente da la sua servitù Casale, e lima non gli vaglia a limarsi le catene

con le qua' Monna Mantoa oggi la tiene. Al mio Signor Gian Cane io lascio intente, come pur ha le brame, a l'onesto travaglio, e sol contente

portar fatica, onde per mille rivi al suo patrio terren frutto derivi. Io lascio al Franco, che, poi ch'egli ha fame, né sa con che la sgombri,

sia sol il cibo ch'a pastura il chiame stracciar con denti l'altrui nome e dire quando a le voglie sue più può gradire. E pur che fame o voglia in ciò l'ingombri,

dica franco ad ogniora né tema né spavento mai l'adombri, ch'i Pontefici tutti son ribaldi, freddi ne la virtù, nel vizio caldi.

Dica che gli è ben sciocco chi gli adora e chi chiede lor pace. E se gli è poco questo, dica ancora che Cristo ha 'l torto a far Vicarii suoi

pastor degni di bufali e di buoi. Gli lascio insomma, che ciò che gli piace dir possa, e 'l dir ch'ei facci sia da le genti con desir rapace

raccolto, a onta di contraria sorte, e mal grado d'invidia e di morte. Lascio ai Dottori che ciascun procacci con parafi e con chiose,

e chi sa tender meglio reti e lacci, tenga per quanto puote a l'altrui borse, senza aver l'alme da timor rimorse. E lascio loro, che per far ben tose

le pecore guidate, usin menzogne e fole ingiuriose, e dando altrui o buono o rio consiglio, non lascin di giocare a toccadiglio.

Lascio a' Notai usanza e potestate di far falsi contratti; lascio a' Medici ancor la libertate ch'uccidano gli infermi e sian pagati,

poscia che gli hanno recisi e sotterrati. E se gli è poco, lascio ch'i lor fatti in curar gli altrui mali sien tutti vani, e come son gli attratti

e le gomme e le gotte e l'etticina, né rimedio abbian mai, né medicina. Lascio a' Poeti, in vita, gli spedali, e che per lor natura

sien invidi, bugiardi, naturali nimici de le donne, adulatori, e di lor parolette venditori. Lascio a' Giudei che faccino l'usura,

né sia già mai lor tolta l' empia credenza temeraria e dura, ma lor diletto e lor arbitrio sia aspettar il diavolo e 'l Messia.

Io lascio a' Mercatanti, che tal volta sia lecito il fallire, e poca mercanzia c' abbino, o molta, far vista d'esser ricchi, e mercatando,

l'anima con la fede aver in bando, lascio a' Sartor, che possano rapire i drappi del lavoro. A' Calzolai, secondo il lor desire

ch'usin ogni lor froda, sempre intenti a stirar ogni cuoio con i denti. Io lascio a l'infinito concistoro de' frati neri e bianchi,

che sia per gran miracolo tra loro chi 'gnorante non è, chi non è tristo, ipocrito, erbolaio, ed alchimisto. Io lascio ai Preti, che sien tutti franchi,

e ciascun possa avere donne a migliaia, e niun sia cui manchi pur una almeno, e s'egli è cosa torta, a la barba di Cristo che 'l comporta.

Io lascio ai gentiluomini, potere giocare a la Primiera, darsi buon tempo tutta via, tenere la virtù nel forame, e tal fiata

girsene a l'osteria la lor brigata. E perch'è cosa d'anima sincera riconoscer l'amico, io lascio al Grasso, che sì com'egli era

capitan de' foiani, per l'inanzi in ciò pur sempre la sua fama avanzi. Lascio ai Foiani, che sì come antico gli è costume di tutti,

così sia pur di loro, che nimico sia ciascun del venire a stretta presa, ma guardare e parlar sia lor impresa. Perch'a sì fatto nome son condutti,

ch'i fioretti e le foglie colgan d'amor, lasciando stare i frutti. Altramente il lor esserci chiamati sarebbe a lor, come il cappuccio ai frati.

Lascio a le Donne, che con liete voglie guardino i lor foiani, e quando i tapinelli sono in doglie, sien lor cortesi di qualche favore,

e d'un bindello almen del lor colore. E lascio, che non sempre sieno vani tutti gli amor c' hanno, ma vogliano talor aver lontani

da le foianerie lor duri petti, e darsi agli amorosi bei diletti. E s'amante alcun è, che lungo affanno abbi da lor avuto,

debba talvolta ristorargli il danno, e le lagrime sparse in tanta noia racquetar a l'afflitto in qualche gioia. Lascio a le belle, che niuno aiuto

prendano dal belletto, perché si può chiamar tempo perduto, imbrattando un bel viso di calcina, far de la robba inutile rapina.

Lascio a le brutte, che non sia disdetto il potersi far belle, se pur fare il potranno con effetto, e s'una è poco al disiderio stolto,

si mettan dieci maschere su 'l volto. E benché di mie pene acerbe e felle mi sia stata cagione la vaga donna, che con sue facelle

mi sta nel core, io voglio ancor a lei lasciar il cambio de' passati omei. Parmi dunque lasciarle in guiderdone del focoso tormento,

ch'ella sola sia specchio e parangone d'ogni vera bellezza, a' miei pensieri, in pensar sol a lei pronti e leggieri. E per esser del ciel consentimento

e da' Fati prescritto lasciarla, lascio seco il core intento, che con lei sempre alberghi, e con lei viva, e con lei se ne vada a l'altra riva.

Qui fece fine al dire, e tutto afflitto rimase, e poi partissi; e tosto ogni suo detto, in carta scritto, fu pubblico al paese Monferrino,

e notaio ne fu Mastro Pasquino.

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