Mentre ch'e dumi e le mal'erbe ancide
d'Arezzo l'ortolan Divo, onorato,
né può goder il frutto disiato,
dice qual'om, che per morir si sfide:
Lappole, a l'orto mio nimiche infide,
per cui langue ogni rastro e pur piegato
il vomer resta, che nel solco entrato
per l'erboso terren s'inaspra e stride,
a voi non rida il Sol, ma pigro gelo
di freddo scorno vi ricopra il volto,
né il vostro dritto unqua vi renda il cielo.
Poiché il giardin rendete ispido e folto,
né resta mai, che per cangiar di pelo
e per ben coltivar, non paia incolto.