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1802–1874

LA LUCE

Niccolò Tommaseo

Di', sei tu forse un alito che, del volar nell'impeto, liete le stelle vergini dal dolce labbro spirano?

Sei tu fragranza, in atomi diffusa, i cieli ad empiere, come l'odor di varia ghirlanda in casto talamo?

Armonioso fremito, luce, tu sei, che rapido per l'universo pènetri in rivi, in onde, in vortici.

Non era il mar: fervevano l'acque in tempesta, in turbine: il sol non era; e libera ella vincea le tenebre.

Le cose al sol rispondono, come toccata cétera sveglia l'interno tremito sotto la man che l'eccita.

Ché tutte i proprii numeri, tutte la luce propria (eco de' monti e specchio) in sé le cose ascondono.

Come la foglia tenera a lieve vento palpita, le sfere immense al trànsito dell'armonia scintillano.

E plettro i cieli altissimi son l'uno all'altro, e cétere che gli splendor' si rendono come echeggiato cantico.

Questi, che l'occhio assordano, lieti del sole incendii, sono un sommesso gemito, un ruscelletto torbido,

a quel di fiamme oceano ch'è refrigerio all'anime, sul qual soavi volano le melodie degli Angeli.

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