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1802–1874

LA DONNA

Niccolò Tommaseo

Siete un gemito, un sorriso, un fuggevole fantasma; siete un sordido, un sublime, un terribile diletto,

un mistero. Della possa creatrice l'invisibile portento entro a voi si rinnovella:

il fanciul dal vostro labbro sugge in primo il Verbo arcano ch'è fattor dell'intelletto: d'ogni amor, d'ogni beltate

spira in voi lo spiro eterno: siete Dio. Tutta spirto è la beltate che la mente in voi vagheggia:

nella fronte e nel sorriso par ch'albeggi il sole ascoso del pensiero e dell'affetto; il candor rosato o pallido

è un vibrar di quella luce che penètra l'universo, senza pondo, e varia ed una, viva immagine di Dio:

negli sguardi il cor si mostra: nella voce è l'alma intera: son le forme un'armonia chiusa al senso, aperta all'intimo

intelletto dell'amore: tutto il resto è polve e vermi: siete fango. Il silenzio e la parola

son del par misterio in voi. In suo credulo sospetto l'uom s'inchina al vostro fango, e conculca il vostro nume;

e d'intendervi s'avvisa come intende i suoi trastulli ozioso fanciulletto, se vi brancica e v'insozza

e vi frange. Per distanza intere e nette fansi a noi le grandi cose. Se alla pura onda sovrasti,

vedi il cielo e l'erba verde che amorosa in lei si specchia ma se tutto vi t'immergi, turbi il placido concento,

né più 'l cielo e l'erba verde più vi leggi. Dubbio stolto o stolto orgoglio è l'amor dell'alme vili.

Ma se a voi, misere, il core non isfiora arte tiranna, umiltà v'è caro istinto, v'è gentil necessitate.

A voi sole è nota, e in voi l'apprendiam piangendo, lassi, la scienza del desio. Alla donna errante e schiava

la bontà gastigatrice che impromette minacciando, nascitura dal peccato libertà vaticinava:

e la donna all'egre genti recherà la chiesta invano alle frodi, al senno, all'armi libertate.

Gli occhi d'Eva lagrimosi nella speme del rimorso intravvidero Maria. Una povera fanciulla

degli antichi e de' novelli desiderii è puro segno. Fu nel nome di Maria via più vergine l'amore,

il domestico recesso via più santo, e voi men serve, sventurate. Più dal figlio di Maria

stillerà con l'onda il sangue a sanar le nostre piaghe, e più franche dall'angoscia de' tiranni abbracciamenti

dal martir de' servi baci voi sarete, o sventurate. Della donna ai muti affanni chi compianse? e chi comprese

il mister della verace voluttà? Tu solo, o figlio di Maria. Oh, se Iddio nol difendesse,

dell'uom duro il grave fiato, la man fredda estinto avria questo fior che pensa e geme. Nel passar della tempesta

l'umil giunco il capo inchina dolcemente sospirando, né si spezza. E invan sovr'esso l'uom s'aggrava, e le sue noie

su vi getta e i suoi rimorsi: l'umil giunco a poco a poco si rileva, e tende in atto di preghiera e di lamento

suso al ciel la molle cima. Di tue voglie e delle altrui debil serva, ancor tu regni, del tuo sen l'infante nutri,

al tuo sen l'amante stringi, nel tuo cor riscaldi il core che già sente in sé la tomba, di tue lagrime alimenti

la pietà, la gioia nostra; l'ire nostre, i nostri orgogli di tue lagrime mollisci. Senza te trarotta andrebbe

la catena immensurata che fa 'l core all'intelletto, l'uomo agli angeli consorte. Non un sol de' tuoi pensieri,

pur che umìle amor lo informi, va smarrito; e al cor gentile odorosi intorno aleggiano siccom'atomi in un raggio

ondeggianti. Van gli spiriti del cielo tutte in un le tue preghiere, quasi fior dal vento spersi

raccogliendo; e il capo chino della serva umanitate n'ha ghirlanda. — Oh chi saprebbe numerar quanti un affetto

pensier chiuda, e quanti affetti una voce? E chi dirìa quanta parte si nasconde delle tue, di nostre doglie,

de' tuoi gaudii e degli umani, nelle tue bestemmie, o Lelia, ne' singulti e ne' sorrisi del tuo canto?

Ma perché dell'arte il piombo calzi al piede, e ad ora ad ora gravi il molle arco del ciglio d'accademica burbanza?

Non t'infingere, o poeta; tu se' donna. E quand'alta apparir vuoi più che donna, allor tu cadi,

e la serpe della noia ti s'avvinghia al collo intorno. Ma sublime allor mi sei quando ignuda e donna torni

ricca il crine e ricca il seno, non di dubbi e d'ire armata. Le lussurie letterate fuggi, misera; t'invola

alla garrula Parigi che, qual rana dal suo fango gracchia al ciel fangoso anch'esso. A volar tra i raggi e il verde

de' tuoi campi e del tuo cielo, nel concento a inebriarsi de' natii ruscelli, è nata la divina anima tua;

a gioire umilemente a abbracciarsi col dolore, ad intendere la croce: tu se' donna.

Pensa, o lassa, agli anni andati; non tornar sull'aspra via che di lagrime rigata, diè fior pochi e tante spine.

Pel declivio della vita scende, il sai, più ruinoso il torrente dell'amore. E se a te pensati errori

versa in core e cerche ambascie la procace fantasia, pensa allora ai veri affanni che sul capo degli umani

piovon fitti, inevitabili, come i rai d'un dì sereno. Pensa a lor che un puro affetto fea per molti anni contente,

e sventura o morte il rompe; alle vergini frodate di lor unico desio; alle fide derelitte;

alle madri cui la prole chiede pane, e pan non hanno; alle inferme in solo letto; a color che fur vendute,

a color che si vendêro: pensa agli odii ed ai sospetti, ai misfatti ed a' rimorsi, agli esilii, ai ceppi, al sangue,

agli schiavi ed ai tiranni. Tutti al par del figlio umile, tutti al par dell'alta Madre, i dolori in seno accogli

delle etati e delle genti, te per tutti espiatrice ostia porgi; e allora, o misera, sentirai che sia l'amore.

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