Spregio o pietate alle superbe genti, o poveretta mia, suona il tuo nome. Siccome il braccio che, da corpo vivo, mezzo reciso, dolorosa noia
spenzola, in te così la vita altrui scarsa, o Dalmazia, e con dolor s'infonde Serbica e Turca, ed Itala e Francese, né ben d'altrui né tua ben fosti mai:
patria viva non ha chi di te nacque. Ma se non mente al mio doglioso affetto il ciel sereno, e negli aperti venti libero il cedro, e l'odorata neve
dei mandorli affrettanti primavera; vedrai, sincera mia, stagion più lieta. Vedrai gl'ignudi poggi rivestirsi d'irrigua selva e di feconde nubi:
selva nuotante i porti; e nube ratta (respir di barche nella foga ansanti) nel puro aere gettar nera favilla. Siccome uccel che in lieta ombra di verde,
dopo lungo volar, cala e riposa; tal, da Borea moventi o dall'Occaso, volte alla calda luce d'Oriente, sosta faranno a te navi e pensieri.
Né più tra 'l monte e il mar povero lembo di terra e poche ignude isole sparte, o patria mia, sarai; ma la rinata Serbia (guerriera mano, e mite spirto),
e quanti capi, all'italo sorriso nati, impaluda l'ottoman letargo, teco una vita ed un voler faranno, e darann'entro alle tue vene stanche
vigor novello. E tu, porgendo fida la destra a Italia, ad Ellade la manca, in sacre le unirai danze ed amplessi. Forse che in te degl'inimici orgogli
svestan la mente e l'Unghero e il Germano, ed a' petti ove il sol mesce più caldo sangue ed amor, si sentano fratelli. Ché in te, seconda Italia, Iddio compose,
Serbica stirpe, delle umane forme e degli affetti le diverse tempre, e mise in armonia gl'impeti e il senno: lingua ti diè di giovanili ardiri
che in quante Europa suoni, orma maggiore tien delle forti età quand'era il mondo bambino al dubbio, e nell'amor gigante. Soffri gli spregi e la miseria, e spera,
o poveretta mia. Mal nota sei, ma la dimessa tua fronte non cinge ladra ricchezza immonda, o gloria infame. Nel volger dell'età sarai più grande,
ma più matura a' gran dolor' sarai.
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