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1802–1874

AL REDENTORE

Niccolò Tommaseo

Il sanguigno sudor che l'agonia dalla tua fronte espresse, e l'acqua e il sangue, a cui la lancia aprì la via dal petto morto, la terra ne bevea le stille:

e nel gran giro delle vive cose le rinfondea, negli elementi primi sciolte, or aura or liquore; e le volgea d'una in un'altra età, di clima in clima.

L'aria spirata dal tuo petto sacro, e che suonò le tue sante parole, mosse i bianchi capei del vecchio stanco e i fior' delle virgine ghirlande;

e la recâr di poggio in poggio i venti, fecerla in nube, e la stillâro in pioggia; e l'attraeano in sé gli umani petti non conscii di spirar l'aura d'un Dio.

Di luna un raggio, l'alito fugace d'ùmile fior di sé le cose imprime; par morto, e vive in esse: or come alcuna orma, Gesù di tua terrena vita,

come potea smarrirsi alito alcuno? Non da solo l'altar zampilla il sangue rinnovellato all'immortal parola: questo tutti bevete; è sangue mio,

il sangue dell'Amor nuovo ed eterno; ma in quanti ha mai la terra atomi, in quanta aria la cinge, il lievito del sangue liberatore e il tuo respiro io sento.

Come le dita della mano, e come fiori, bellezza d'una stessa rama, Signor, con questa terra in cui nascesti son le immense per l'alto ultime stelle.

Come nel tempio tuo gl'incensi e i canti, il sangue tuo da questo umìl pianeta ascende ai mondi che per te son fatti, tutti di sé li benedice e sacra.

Come i Beati, e i lagrimanti in questa valle, fan tutta una città de' Santi; così dal sangue tuo, che noi rinfranca, spira l'amor che i Serafini indìa.

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