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1450–1508

Silva

Niccolò da Correggio

Signore, io vidi al tuo giardin fiorita una Rosa, in l'entrar di primavera, contra le brine e contra al sol sì ardita che tutta si mostrava quanta l'era,

morbida, fresca, bianca e collorita sopra le fronde e fuor di spinne altiera; Natura non fe' mai più vago fiore: godi tu il resto e a me lassa l'odore.

Odor per odorar non se gli toglie, se chi l'odora a sé stringe la boca, ma un fior declina ben presto le foglie se boca, naso o man lasciva il toca;

ma se pudica mano gli racoglie la manna che dal ciel sopr'essi fiocca, non secan: però tu, Signor, consenti ch'io viva di quel fior che lui non senti.

Sentì pur lui così del mio calore com'io del foco di Cupido sento, ch'io li darò tal natural vigore che non temerà più giaccio né vento;

da gli occhi poi non mancarà liquore: cossì in me troverà el suo nutrimento, e se godeno i fior che Zefir spiri, mille Zefir faranno i mei suspiri.

Suspiri, adonque a quel Signor e a lei andate, e al vostro solito camino, e presto, che il dolor de questi omei da lei se senti, tanto sia vicino.

Quella faritti che oda i dolor mei, quell'altro che non serri il bel giardino, e se son chiuse di Mercé le porte, l'anima per passar dà il corpo a morte.

Morte, con patto che a quel fior perdoni e che col morir mio venghi più bello, e tu, Natura, tuto quel gli doni che l'alma lassa a te dentro lo avello,

ch'io voglio che tra ' vivi si ragioni ch'io sia cagion del bel vigor di quello: infin il corpo mio lì si sotterri, se 'l Giardin avvien mai che se disserri.

Disserri Pluto e Cerbar poi l'Inferno, se avvien che 'l fior quest'anima non voglia, e lei condanni a pene in sempiterno, quando del mio morir lui non si doglia.

La Rosa duri poi bella in eterno, mai più simile a lei l'erba non soglia, ch'el basta assai a la futura etade, dovendo esser crudele, una beltade.

Beltà celeste, onor de la Natura, chi te pregava che te apristi alora, se non dovivi aver poi di me cura? Per tua dureza convierà ch'io mora,

ma se tu coprirai mia sepultura, fà che talor di tue fronde s'infiora, e gli altri amanti che vedran quel'opra dican che quivi il mio corpo si copra.

Copra può or<a>mai la terra il volto, ché certo io son del mio dolor presago. Ecco, el mio suspirar è in drieto volto: la non l'accepta e io son de morir vago.

Amanti, il corpo sia da voi sepolto. Ecco, per compiacerla io stesso il piago! Accepti almeno, in premio del mio male, de tutti i mei suspir l'ultimo vale.

Vale vita infelice, e tu Amor, vale! Valete, suspir mei, lacrime e affanni! Ora ch'io son guarito d'ogni male, valete, o mei interropti e giovini anni.

Sol chieggo in sul sepulcro un arco e un strale che facin fé de gli amorosi inganni, e scripto il nome mio, non versi o prosa, e sul bel marmo poi sculta una Rosa.

Rosa gentil, su le tue acute spine credo ben or che de mia morte ridi, ma il ciel ti guardi da tempeste e brine e dal sole e dal caldo ancor te afidi.

Volgieti al manco a riguardar quel fine al qual con tua beltà, crudel, mi guidi, e vedrai come, te chiamando, io passo e lassando la vita io non ti lasso.

Lasso ben questo, e priego sia adimpito, che membro alcun non sia dal corpo tolto; el cor testar non posso, ch'è smarito: io non lo trovo, e lui non sia sepolto;

tutto il mio resto così insieme unito vadi sotterra, ma non sotto molto, ché se mai casca dal bel fior liquore, le morte membra pigliaran vigore.

Vigore a lacrimar, non dico a vita, ch'io la rifiuto, io l'odio, io l'abandono, e così come l'è, per far partita, a la mia Rosa voluntier la dono;

e se Amor mi fe' mai per lei ferita, a l'uno e a l'altro di buon cor perdono. Più non so dire, né più posso né voglio: moro, e morto son suo come esser soglio.

Soglio portar in questa cimba al passo, o anima affogata, tutti i morti, ma te non portarò già al regno basso perché più foco ne l'Inferno porti.

Ferma pur tu su quella ripa il passo, ché i dannati non vo' che tu conforti, ché se vedesseno el tuo intenso ardore, mitigaresti in parte il suo dolore.

Dolor immenso, ohimè, perché m'hai morto al mondo, se qua giù debbo star vivo? O sorte extrema, che 'l foco ch'io porto mi debba far ancor d'Inferno privo!

Deh, fido portinar, condùmi al porto, ché per leggie del ciel qui non arivo, ma per caso d'amor son alma siolta, ché non gli ho da venir più d'una volta.

Volta, te dico, pur in là quel viso, ché 'l lago passan già i suspiri ardenti, e ben che 'l corpo sia da te diviso, qua giù non s'usa dar simil tormenti.

Di là da questa Stige è il Campo Eliso dove locati son tutti i contenti: se i toi suspiri passasseno in quel loco, l'accenderesti d'amoroso foco.

Foco de Amore, questa alma ormai relega al corpo, a patir sempre affanni e pene: poi che l'Inferno ai miseri si niega, tiemi cruciato ne le tue catene.

Per più dolore a te questo si priega poi che requie a quest'alma non conviene, e volendo così el mio fier destino, sia el carcer mio patir nel bel Giardino.

Giardino ameno, florido e süave, non disdegnar ch'in te quest'alma vegni! E tu, Signor, che tien di quel la chiave, tanta accerba dureza in te non regni!

Patir ch'io facia in lui non serà grave, obrobi, exclusïon, scherni e disdegni. Fallo, Amor, che a te sia perpetua gloria contro a Morte tenir questa victoria.

Victoria abiamo, exanimate membra, la causa del morir ci torna in vita. Quel che fu tanto amaro, or dolce sembra: ogni paura è già da me fugita.

Quando de molti amanti mi rimembra che ebber fuor di speranza alfine aita, disposto son che seguitiàn quel fiore, ov'io stimo al morir restasse il core.

Core affanato, or te ralegra e spera: vivo, e non son più sol corpo o sola alma, anci sono omo pur come inanti era, ed ho di morte victoriosa palma.

Un fior se muta da matina e sera e dopo gran fortuna il mar sta in calma; ritorna, e se pur lì di star ti piace, per nui da quella Rosa impetra pace.

Pace aver spero, ché 'l Giardino è aperto e la Rosa vego io como esser suole. O lieto giorno! Ohimè, per qual mio merto a me si volgie come Clizia al sole?

O como ben cognosco ora ab experto che talor un amante in van si duole! Ma se sta ferma tanto ch'io l'odori, certo serò che più el corpo non mori.

Concesso m'è! donque, felice core, adesso un poco nel tuo ardor respira! Tutti i mei sensi a te portan l'odore e l'ochio lieto la sua Rosa mira.

El nostro affecto gli ha gionto vigore, che più non vòle e ad altro non aspira. Contentative, amanti, a un simil fine: così le rose s'han senza le spine.

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