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1450–1508

402

Niccolò da Correggio

Dal solingo ricetto ove ancor vivo, da ch'io lì venni a di mille sei cento, su queste scorze a te, ninfa mia, scrivo. Scritte ch'io le averò, darolle al vento,

che se le porterà: non son ben certo, pur già dricciarsi a quelle parti el sento. Prima saprai ch'io sono in un deserto, in un tugurio facto da natura

al piè di un monte e da un monte coperto: vivendo ho casa, e morto sepultura ancora avrò, ché quando io me distendo è longa como me proprio a misura.

A pröemii e a salute non me extendo, per esser breve, ché più tincta o carte non ho né scio d'aver, se questa spendo: la quale avuta ho ancor con sottile arte,

ché di bache con gomma, che ivi stilla facto ho un liquor che inchiostro scusa in parte. Puoi ch'io uscì' fuor di quella nostra villa, dove non stetti mai privo de affanni,

in me de alcun pensier non è scintilla; dubio non ho che alcun mi tessa inganni, né più cura domestica mi preme, né cerco con industria ascurtar gli anni;

se dolce mel giù da le quercie geme per questi boschi, o alcun fructo vi naschi, tutti son mei, né alcun qui me odia o teme. Qui non è alcun famelico che intaschi

pan pel giorno che viene o per la sera: tutto è commune, e chi ha bisogno, paschi. Omo alcuno non gli è, né alcuna fera nociva a me, ma ucelli e animaletti

che van pascendo soli o a schiera a schiera. Di quella villa tutti i suoi dilecti sono in pecunie, pompe, officii e onori, invidie, detraczione, onte e dispecti;

qui dove sono, i mie' magior tesori, le mie delizie, tutti i mie' ornamenti son verdi rami, erbette fresche e fiori. Alor che 'l sole ha i suoi raggi più ardenti,

cerco qualche alto cerro o folto abeto, e puoi le grotte, quando spiran venti. Sottoposto non sono a alcun decreto, salvo a' quei de natura, che mi pasce

del suo, ché qui non semino e non mieto. Cusì gli fuss'io da le prime fasce venuto, ché felice io mi direi como infelice dico a chi là nasce!

Per robba almen non litigo coi mei, né famulando el causidico pago che mi diffendi al tribunal di rei! Como io surgo dal sonno, io vado a un fago

antico e grosso, ove al piè surge un fonte in el cui tronco io m'ho sculpta una imago: lì curvo per un'ora a mane agionte ramento el viver del passato giorno,

e le lacrime spesso vengon pronte. Puoi cerco un pezzo de la selva intorno e qualche erbe o radici mi raccoglio e a la spelonca mia poscia ritorno.

Urbane vesti alora io non mi spoglio, ché mi bastano assai due pelle ovine, e più del mio bisogno aver non voglio. A me non fa mestier di medicine

per crapula ch'io facci, ma tal volta suggo lacte da due pupe caprine. Non temo che la robba mi sia tolta da alcun tiranno, o sia gallo o germano:

solicita ne sia la turba stolta! E manco temo de violenta mano per invidia che om m'abbia, o per levarme el vin di casa, massarizie o grano.

Non odo, dov'io sto, gridare: — A l'arme! — la plebe oppressa, e non ho alcun nimico che cerchi in questo stato morte darme. Oh, quanto è vero quel bel dicto antico,

che a i gran monti percote la saetta: un ricco teme assai più che un mendico. Non ho possuto scriver tanto in fretta, che in questa exprimer possa el mio concepto,

ché 'l stecco ormai liquor più non mi getta. Di quel ch'io volea dir, questo è l'effecto: che 'l secul pien d'inganni ormai cognosco, e se mai lo aprezzai, or l'ho neglecto;

non ha alcun dolce senza amaro tosco: però quanto più scio, più me gli aretro e più mi giova l'abitar nel bosco. E se da te per grazia, o ninfa, impetro

che, se questa mia littra in man ti gionge la leggi e ti ricordi il tempo adietro, quel stimul sol che per tuo amor mi ponge si sanarà per virtù naturale

che operarà fin qui, se ben son longe. Ohimè, el liquor mi manca! Amica, vale.

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