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1450–1508

396

Niccolò da Correggio

Antico faggio, che a quest'ora adombri il più miser pastor forsi che viva, o, per dir meglio, che la vita ingombri, or ch'io son solo in questa ombrosa riva

e de la opaca selva tanto adrento che om vivo, al creder mio, qui non ariva, e che urli e stridi e muggi ancor non sento di fere o armenti, e per li densi rami

non credo ancor che qui penetri il vento, concedi a uno amator, se fama brami che a l'ombra dolce tua, in terra disteso, di Fortuna e d'Amor qui si richiami.

Se dai suspir serà in te foco acceso, lo extinguerò col pianto, e per tale acto ti serà, ancora onor, sapendol, reso. Per gloria o per vendetta io non combatto,

io mi lamento, io mi doglio d'Amore, che mi è mancato dil promesso pacto. Se eterno brami il radicale umore e che fulgure mai non ti percota,

odi e sii testimonio al mio dolore. E tu, cor mio, che sei in parte rimota, arditamente la tua extrema doglia a questi arbori e faggi ormai fa nota,

ch'el par che a uno infelice assai si toglia de le sue pene, quando si concede liberamente dir quel che si voglia. Adunque, ingrato Amore, onde procede

che, avendo imperio tu sopra nui amanti, lasci sì mal pagata una gran fede? Ah non, mia lingua, e non dir tanto inanti: ingrato non è Amor, cruda è ben quella

che dà, inanti un morir, tormenti tanti. Ah non, cor mio, non è crudele anco ella, ma forsi ben da nui viene el diffecto. Eh non, ma l'è più presto opra di stella.

Ma chi è s'el non è Amor, che dentro un pecto vada, riscaldi, infrigidi e impiaghi? Che oggi sii tu da me pur maledetto! Questi occhi son dui fonti, anzi dui laghi

per te, crudel; vero è che sol non sei, ché sopra ad altri ancor convien mi paghi. Ohimè, cor mio, mal è offender colei che nostra vita e nostra morte ha in mano;

né ancor parlar si dié a carco de' dei. Perdona dunque, Amor, sei dolce e umano! Perdona tu, mia dea, scusa el fallire, ché mal sta sana mente in corpo insano.

Io non voria di te né d'Amor dire cosa offensiva, ma se offeso sono, contra a chi dénno andar le mie iuste ire? O perverse nature, io non vi oppono:

io incolpo la natura, e se mal dico, umile ad ambi duo chiedo perdono. Siami tu testimonio, o faggio antico, che de le fraudi loro io non mi doglio,

ma mi lamento ben con modo amico. Pur, se l'offese e i lor piacer raccoglio, abenché non mi biasmi, non mi lodo, e a ogni fortuna son pur quel ch'io soglio.

No 'l posso dir, ma del morir mio el modo al fin serà ver iudice del tutto, e se d'Amor nel regno io stento o godo. Ma puoi ch'io son, sacro arbor, qui conducto

per far quel che di far non e in mia possa, al men da te fà ch'io riporti un fructo: qui non è tomba o chi mi cavi fossa: lascia cader tu di tue frondi tante

che dian sepulcro a queste infelice ossa. Se a caso mai qui gionge alcuno amante e che 'l mio corpo sia risolto in cenere, perché l'extreme pene mie sian piante

scrivo el mio fin qui in le tue scorze tenere.

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