Signora, anzi pur dea de mia tutela, virtù che infonde el vigor de ch'io vivo, obiecto a ' mie' pensier, che un non si cela, col cor ti parlo e con la man ti scrivo,
con la mente ti vego, e con i sensi, pensando al tuo valor, tutto me avivo. Per primo, diva mia, non vo' che pensi che al scusar ch'io farò preceda errore,
ma a grazie conservar questo coviensi: offeso non ho mai tuo stato o onore, né mai a danno tuo dissi parola, como m'accusa uno invido livore;
gran tempo è ch'io t'ho per fenice sola di forma, gesti e vita, e ch'io ti stimo disciplinata in la celeste scola. Qui in carte el duol ch'io pato non exprimo,
ma non posso morir, che offeso a torto sia da un pur dianzi errecto de vil limo. Pure in tanto dolor piglio conforto, ché 'l vero, ancor ch'el resti un tempo oppresso
si vede al fin sopra il mendacio sorto. Fui interprete fidel, fui fidel messo, e la ragion per testimonio invoco, oltra a ogni parangon ch'io mi son messo.
Ascoltami benigna, intendi un poco, e perdona, per grazia, s'io te offendo, ché la passion che è in me parlando sfoco. A nominare alcun qui non mi extendo:
basta che sciappi che te sola adoro, te sola observo e sol da te dependo. Che pòn contra di me latrar coloro, se 'l cor mio dato t'ho? che voglion dire
che avar ti fossi ne l'altrui tesoro. L'ira del cel non possa io mai fuggire e tu per colpa mia sempre mi sdegni (che questo avanzaria ogni altro martire);
rotti mi siano tutti i mie' dissegni e orribil morte termini i dì mei, dandomi eterno exilio a i stigii regni, se mai pensai, se mai officio fei,
in alcun tuo negocio, altro che bono; e senza il scongiurar stimar te 'l déi. Ma quanto in questi versi io ti ragiono è più presto un dar nota a' maldicenti,
che per scusarmi a te, che sciai ch'io sono. Ne la memoria quel ch'io ho dicto tienti, ché più non parlo e non vo' che rispondi, ch'io credo che al mio dir tutto consenti.
Sian pur propicii i cel, fausti e secondi a' voti tuoi, ché, pagando i tuo' merti, non de un sol degna sei, ma de più mondi; de fior, corone e laureati serti
vegoti adorna, e simulacri e templi e statue e odori ancor seranti offerti. Chi vuol di grazie e di bellezze exempli o per ritrarle o descriverle in carte,
venga a te, mia regina, e te contempli; e chi sciaprà puoi tuorti a parte a parte fra poeti o pictor, quel sol si vanti e dica lui d'esser maestro in l'arte.
Se danzi, suoni o ne la cetra canti, risani e uccidi e dai vita a gli uccisi, secondo le ferite degli amanti; se de' bëati sono i campi elisi,
bëatissimi son quei che tu guardi e infelici quai son da te divisi. Sì dolcemente nutreno i tuo' sguardi, che, como le farfalle vanno a i lumi,
ognun va a gli occhi tuoi; ma tu non li ardi. Puoi, se gli è chi di sé troppo prosumi, Semelè mai non fu da Iove accesa como tu con torvo occhio li consumi.
Rimedio non sarebhe a la diffesa de chi contra al tuo onor ponesse mano, ché a' dei periculoso è fare offesa. Tanto, Signora mia, godo e son sano
quanto presente a te stommi e ti miro; ma infermo son, puoi, s'io ti sto lontano. Non affecto tua forma, io me ne admiro e ogni felicità mia in te ritrovo;
per te d'amor lascivo io non suspiro. S'io penso a te, tanto dilecto provo, s'io ti scrivo e per te faccia qualche opra, che a fucina di vita io mi rinovo,
e fin che 'l corpo mio terra non copra, servirti intendo, e se valran mie' versi, a ogni altra dea ti farò andar di sopra. Puoi che tua grazia per mal dir non persi,
de ascendere a più grado ancor mi penso, ché se 'l corpo mortale a te già offersi, or l'alma como a dea ti do per censo.
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