Se l'aqua che da nubi el verno piove, fusse oleo o manna, del terrestre umore, perché vien fuor di tempo, nulla move; ma quando desta el natural vigore
quella virtù che il cultor de la villa per proprio nome la dimanda amore, un rivol d'acqua, una minima stilla move la pianta sì, che per la scorza
suda, e calor quasi al veder sfavilla. Quando anco puoi el subiecto non ha forza di ricever l'umor, quel che l'infonde non può far fructo, e la virtù s'amorza:
a uno arbor secco, el Nil, c'ha fertil onde gionte a la gran virtù del sole estivo, non li faria gettar pure una fronde. Cusì è il mio cor, che, de l'umor suo privo,
vista d'occhi no 'l move o udir parole, ché, se morto non è, l'è ancor mal vivo. Se amor mi cerca, a bon fin non mi vòle: non cognosco io le sue versuzie accorte?
Non èllo ancor quel fanciul ch'esser suole? Io non serei più a le percosse forte; la pena e il premio puoi son sì dispari, che a le fatiche el corresponde morte.
Se ebbe el meglio di me, gli anni più cari, voglio ormai far como i prodichi fanno, che doppo il consumar mostronsi avari. De gli error d'altri più non voglio affanno,
non più pregare el tempo che s'affretti, anzi, s'el si può far, sia el giorno uno anno. Patir non voglio più ingiurie e dispetti, sonni interrotti, e pascermi di pianti,
né viver più con gelosie e suspetti; non più scherzar con la mia morte inanti, del mio arbitrio veder farne vil preda, como è costume de inexperti amanti;
non, perché un dolce sguardo mi conceda la mia inimica, darmegli in catena, che dura servitù puoi mi succeda; non con la bocca più di suspir piena
a crudel donna dimandar mercede, che gode quando a' suoi cresce più pena; non voglio più con tremebondo piede passar pel foco ove è mia morte inclusa,
né solo arde chi 'l tocca, ma chi 'l vede; non è più tempo de l'error far scusa, ché, se in tenera età ben si perdona, a quel che è adulto el perdònar non s'usa.
Non voglio più, per riportar corona, sotto la soma macerarmi el dorso, ché 'l stracco corridore in van si sprona. Non veniria più a tempo el mio soccorso,
s'io aspectassi l'assedio, ché smarito sono, e non scio più dove aver ricorso. Non mi dilecta esser mostrato a dito, como fa chi di sé troppo prosume,
che col danno doppoi resta schernito. Scio de' miseri amanti ogni costume, in che modo l'un veglia e l'altro dorme, e como si rivolgon su le piume;
scio di quell'arte le sue vere norme, e scio con quanto tempo e qual fatica si gionge Amor, quando non vien conforme. Scio el pericul che gli è, senza ch'io el dica:
basta ch'in fronte con vergogna porto del proprio sangue scripta la rubrica. Scio como longa impresa in tempo corto a non sperato fin talora agionge,
e qual fortuna è ancor spesso nel porto. Scio como un troppo ardito si componge quando s'acquista un disonesto scorno, se vergogna e timore incauto el ponge.
Scio quante strate uno atraversa il giorno, quante pratiche mancon su la sera, como l'amante a casa fa ritorno. Scio como vive quel che in donna spera,
scio como son quelle promesse salde e como sia tra lor la fede intiera. Scio como sopra el petto e su le falde, perché a vana speranza un miser saglia,
lascion cader le lacrime sue calde. Scio quanto con amore uno ardir vaglia, mostrare ingegno o far del corpo prova in giostre, in campi o in singular battaglia.
In fine io scio che nulla cosa giova, se non per grazia aver propizio el celo, e chi senza questo ama, ove el si trova. L'aquila al mutar penne e il serpe al gelo
per cambiar scorza si rinovan vita: io nulla avanzo, e vo cambiando pelo. Ho facto como quel c'ha a far partita da' suoi, che a tutti quanto può compiace,
per lasciar ben la famigliola unita: compiacqui a i sensi anch'io, per più mia pace, ed ecco, mo' che di posare ho voglia, ciascun s'acquieta, e al mio voler sogiace.
Non posso far ch'io non ne senta doglia, ché in longo conversar s'ama un nimico; ma pur convien che in tutto io mi discioglia. Già ti dissi adio, Amore, e ancor te 'l dico,
ché quel che a ingrata corte si fa vecchio, di lui sol se ha a doler s'el mor mendico. Oggi, guardando nel fidel mio specchio, che non mi mente mai, mi mostrò aperto
cosa onde ad altro officio io m'apparecchio. Ma se teco ancor vive alcun mio merto, lasciami in pace e non voler legarmi, che de servi per forza assai sei experto.
Quando riebbi el cor, te offersi l'armi, e ben ch'io non avessi in pecto carte, mostrasti pur grata licenzia darmi; e perché il tuo potere è in ogni parte,
fammi con un sol cenno andar sicuro, ché lieto va chi licenziato parte. E io al partir per te stesso ti giuro che ad altro mai non mi farò subietto,
ché ogni servir senza speranza è duro. S'io avessi mai commesso in te diffecto, perdona e scusa, ché con teneri anni tu sciai che esser non può saper perfecto;
e io perdono a te tutti gli affanni per te sofferti, che a un fidel tuo forsi mai non usasti tante fraude e inganni. E puoi che a tempo del fallir m'accorsi,
sia benedecto ancora a quella ingrata quanto officio servil di cor gli porsi; e se fu mai da me in versi laudata, quei vivano in eterno, e ogni querela
di lei facta e di te sia cancellata. Fra tanto al subio avolgerò la tela, benché imperfecta, ché a l'ordita trama l'opra che seguir debba ancor si cela,
e il tempo ad altro affaticar mi chiama.
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