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1450–1508

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Niccolò da Correggio

— La spoglia che già fu ricco ornamento a Natura, a la patria, al proprio sangue, ecco qui lacerata e sparta al vento! — Morte, adducendo qual scorza d'uno angue,

tal parole dicea, volgendo intorno, pallida in vista più d'un corpo exangue, quando, svegliato in tenebroso forno, gli ultimi accenti udì' di sue parole

como l'orribil suon d'un crudo corno. E qual dal sonno desto far si suole chi ha visto cosa che gli annunzia danno, tal mi restai fin al levar del sole,

al mio poter pur minuendo affanno al giusto dubitar per la visione, a me stesso da me facendo inganno, ché fallir non potea per la stagione,

pel quieto sonno e per la vicina ora al giorno, che ciascun per sobria pone. Pallida surger puoi viddi l'aurora, Febo da nubi obtenebrato e oscuro,

le stelle inanti a lui cadere ancora; l'aëre estivo, candidato e puro, caliginoso si vedeva e denso, tra el celo e nui quasi facendo un muro.

— O Iove, — dissi — a nui porgi compenso al preparato già propinquo male, ché indizio non l'abbiam se non de immenso. Dammi per veder gli occhi o a gli umer l'ale,

ch'io mi salvi dal publico flagello, ché antiveder di piaga sciai che vale. — Facto era el cor qual incude al martello, del suo futuro mal forsi presago,

fra sé volgendo or questo dubio or quello, quando, sul dubitar, la propria imago de Ippolita m'apparve, qual fu viva, che fe' de gli occhi mei tacendo un lago.

— Ahimè — dissi — non sei tu quella diva già preparata a coronar regina, di cui convien che 'l mondo parli e scriva? Non sei tu quella al cui valor se inclina

la paterna Liguria e il sacro regno, stimata, e con ragion, cosa divina? Quale invido occhio o pecto d'odio pregno ti mi fa veder quivi, e sola e abiecta,

ch'io scio pur contro a te nullo avea sdegno? Non sei tu forsi più cara e dilecta al magno Alfonso, o pur tutti dui inseme ite exulando con la vostra setta?

Che vogliono importar quelle diademe? Perché tanto splendor sendo qua sola? Di questo alto ornamento el mio cor teme. Quei ricchi vezzi a la candida gola,

già disusati per minor tue pompe, che importan? Ché non fai qualche parola? — Como se 'l balenar nubi interrompe, che quasi aperto ne dimostra el celo,

e fulgur cade che ogni cosa rompe, tal viddi irradïar sotto un bel velo gli occhi venusti di quella alma dea, che 'l mondo celebrò già in sì bel pelo,

e con la maiestà che aver solea tal parole m'infuse dentro el pecto, che appena sofferirle il cor potea: — Lascia le piume e questo ocioso lecto, —

disse — servo fidel, lascia el tuo pianto, e di quel ch'io t'ho a dir piglia l'effecto. Sotto el velame del celeste manto Ippolita sono io che ora ti parlo,

coperta dal splendor del Spirto Santo. El regno che a Manfredo tolse Carlo esser dovea commesso al mio governo; per meglio oprare el cel non volse farlo,

e in questa patria per voler superno di assai magiori onori ora mi godo, ché quello è transitorio e questo è eterno. Ma per l'obligazion del primo nodo

mi è concesso qua su, como a Dio piace, amarvi in terra, ancor servando el modo. Al degno Alfonso mio nunciarai pace dicendo: — A te la già cara consorte

mi manda perché el pianto tuo gli spiace. Tanta è sua gloria in quella excelsa corte, che a te, a tuo padre, a la tua regia prole impetrato vi ha el cel, non dato a sorte.

Chi ha quel ch'el brama, in van si lagna e dòle; a questa patria ogni mortale aspira. — Dì' che ben noti el suon de mie parole. Indarno per me ognor piange e suspira,

e se concesso a nui fusse el dolersi, mi spiacerebbe e accenderiami d'ira. Quando secondo vui la vita persi rinovata alor fui qual la fenice

al dolce canto de celesti versi. A me pianto o dolor più ormai non lice: el tutto vedo nel celeste volto, in compagnia di Laura e di Beatrice.

Acerbo fructo almen non gli fui tolto, se ben seco potea viver qualchi anni: in altra parte avea suo senso vòlto; lui posto ho in pace, e me tolta d'affanni:

dico in pace, che a lui serà ancor guerra quando fia sciolto da i lascivi inganni. Digli che regga ben sua vita in terra, ché quel che si fa là, qua su si nota,

ove non gionge mai chi el camino erra. Quanto più siede in cima de la rota, a gl'infimi più guardi, e di iustizia a' subditi non sia l'aula sua vòta:

per quella sola qui el camin se inizia; carità gli fa puoi più bella strada, se di fede avrà qui larga divizia. Pregal che contro a' suoi non sfodri spada,

dico contro a' fidel, ma in fare acquisto di ribelli a sua fé non stia più a bada. No 'l posso dire a lui, ma el fin suo ho visto, e di quai regni m'avea a dar corona,

e 'l sepulcro acquistar, già dato a Cristo; e trïonfando andrà per ogni zona, se non fia ingrato a Idio di tanto officio, ché sempre grazia obtien chi altrui perdona.

Non lasci senza premio ir beneficio, né mai del sangue altrui mostri aver sete, uman verso ciascun, plebeo o patricio. Quel che semina ben, bon fructo miete:

chi non cerca di far de l'altrui preda, per lui non è già mai tesa la rete. A ognun che parla non voglio io che creda: oda ciascun, ma puoi serbi uno orecchio

per gli altri sempre, e a l'iracundia ceda. Nel volto di Colui dove io mi specchio, tutto ciò veggio; e digli ancor fra ' denti che contro a lui si fa novo apparecchio:

e prati sempre son pien di serpenti, alor che più si crede esser tra ' fiori: dì che stia desto e che ben si risenti. Vengon risse talor senza rumori,

e spesso el colpo dà prima che 'l suono: de gli omini el men iusto sono i cori. El sacro Ferdinando, a me già bono signor, socero e patre, mi saluta:

digli ch'io l'amo ancor qua dove io sono. Ogni virtù che sia, chi non l'aiuta, quantunque grande, a le volte si perde, e un bel principio spesso al fin si muta:

di me lasciato gli ho tre piante verde, Ferdinando, don Pietro e Lisabella: male è quando tal seme si disperde. Ciascun col suo favor parrà una stella,

ma sopra tutti la figlia vezosa gli ricommando, e più bisogno ha quella. Se mai da lui meritai alcuna cosa, ricompensi a i mie' servi la sua fede,

e non gli sia questa dimanda exosa. Del funerale onor rendo mercede, e del mio coronar, a lui più gloria che a me qua su, di maggior cosa erede.

Digli nel fin che sempre abbia in memoria che morte rompe ogni dissegno e guasta, e che Idio serva il regno e dà victoria. Scio ch'el te intenderà: questo ti basta;

e puoi da parte mia gli ricommanda la sacra moglie sua, pudica e casta. E per Italia puoi di banda in banda te n'anderai fina a la patria cara,

rispondendo a ciascun che te adimanda. E non passar che ti fermi a Ferrara, e il degno Duca mio fà che saluti, la cui virtù si trova al mondo rara.

E prima che de lì tuo' passi muti, a la cara sorella alma Eleonora dirai che i giorni mei son già compiuti. Sappi che 'l nome suo fin qua se onora,

e benché vivi, a uno angiol l'assimiglio, e coronar qua su vedrassi ancora. Digli che 'l suo Ferrando, amato figlio, tra le delizie mie, viva, mi tenni;

lasciolo a lei, puoi che altro cammin piglio; già iudicai a i modi, a gli acti, a i cenni, che dovesse exaltar la casa propria; ora certa ne son, puoi che qua venni.

Per Lombardia farai puoi di te copia per el stato paterno, in fin là dove giovene vissi senza alcuna inopia. Qui el mio Milan saluta, e di me nove

raconta, e sopra tutti al mio nepote, al fratel Ludovico, in terra un Iove. A lui dirai, perché gli è quel che puòte, ch'el si ricordi ben di la promessa:

le tue parole gli fien tutte note. La dolce figlia, già ellecta duchessa, leghi con matrimonio al caro sposo, ché al mio morir a lui sol l'ho commessa:

non gli fu el mio desio, vivendo, ascoso. Puoi la duchessa Bona mi conforta: sappia ch'io sono a l'eterno riposo. Agli altri figli l'ambasciata porta;

a Bianca dì, quando sia in Ungaria, dica a Beatrice: — Ippolita tua è morta. Ita te è inanti a preparar la via, una corona, un sceptro più excellente

t'anuntia. — E dical pur da parte mia. Molte madonne lì puoi mal contente trovarai, che 'l mio fin gli parrà strano. — Pacienzia — digli, — Idio questo consente. —

Beatrice Estense tua madre, a Tristano già sposa, che per me el pecto si bagna, conforta a disprezzar quel secul vano. Maria da Galerà, fidel compagna,

col suo consorte, mei dilecti al mondo, saluta, perché ognun troppo si lagna. Visitarai el mio Sforza secondo Filippo, già delizie a nostra madre:

per me non pianga, anzi viva iocondo. Le parente e compagne, a squadre a squadre, la cità, i borghi e ciascun monastiero salutarai, ognun qual figlio o padre.

L'altro fratel, che è discipul di Piero, trova a ogni modo, se ben fusse a Roma, e non lasciar per lui strata o sentiero, ché, se la vita sua per Iesù doma

(scio ch'io non spargo le parole al vento), del regno ancora adornarà sua chioma. Rimanti in pace, e non aver spavento, se ben spirito son, visibile ombra;

de questo, che a me piace, stà contento.— Como el sol, che nascendo l'aër sgombra, ciascun ralegra, fin che un vapor lieve a poco a poco indensando lo adombra,

tal mi feci io, ma sùbito puoi greve: el partir della dea mi fu sì presto, ch'el mi parve al suo sole esser di neve. Ma puoi ch'io mi cognobbi d'esser desto,

volendo adimandarla, alciossi a volo, lasciandomi confuso, afflicto e mesto, piangendo pur, puoi ch'io mi viddi solo.

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