Chi semina fatiche e vòl quïete raccogliere in terreno arido e strano, per pigliar pesce tende in aër rete. Ma quando anco a lo aratro un posto ha mano
e per viltà puoi si risguarda indietro, ogni suo affaticar ritorna vano; ché spesso un crede el sol chiudere in vetro e pigliar con le mani el fumo e il vento,
e il miser d'ignoranzia è in carcer tetro; ch'egli è poco probabile argumento da fare affaticar servi di corte dir che ne sia fra molti un sol contento.
Consulti prima ben quel la sua sorte, che mensa regia affecta; e s'ella il danna, fuggala più che repentina morte. Non sopra tutti i fior casca la manna;
nascon spesso dui a un parto, e un gli altri regge, l'altro al remo per forza si condanna. Profondo abisso è la divina legge: chi vòl saper di lei più ch'ella voglia,
se stesso col pentir tardo corregge. Non bisogna che alcun di lei si doglia, ché i merti son sì pochi, a chi ben mira, che pur siam troppo cari a victo e spoglia.
Però quel che talor col cel s'adira, ' se stesso accusi, puoi ch'el vede aperto como Fortuna la sua rota gira. Pascer di giande spesso nel deserto
più dolce nutre che 'l real convito, ove il bon stato un giorno non ti è certo. Talor ti par toccare el cel col dito, tanto sei in alto, e ecco, puoi, in un ponto
pover ti trovi e da ciascun schernito. Savio chi di gran cose non fa conto! Di poco si contenta la natura; felice chi con poco è al suo fin gionto.
O ignoranzia umana! un frauda, un fura, un scorre i mari, un ne l'arme combatte; perché? per un piacer che nulla dura. Colui che 'l pecto a l'eremo si batte
e quel che dentro el claustro si rinchiude, l'altro che vive fra gli armenti a latte, più presto el mondo abandonar conclude che uno avezzo a delizie, alor che gionge
chi da ' lacci del corpo l'alma exclude. Quelle conscienzie stimulo non ponge, né vede in arme l'un con l'altro erede: gode chi meglio le sue capre monge.
Tra ' servi d'un signor, questa mercede non fu mai iustamente compartita: uno allega el servir, l'altro la fede, un altro el tempo, un la penosa vita;
un vòl per attinenzia el primo loco, rinfaccia un altro puoi qualche ferita. Vive inquïeto dal primario al coco; murmurazione e biasteme e querele,
e dil seculo è questo il più bel gioco. L'un foco ha in gli occhi, e l'altro ha in bocca fele, la invidia a' pecti lor dà più tormenti che supplicio che sia, benché crudele;
calumnie puoi gli iubilan fra ' denti con false detractioni, accuse e fraude, e gemiti e suspir continuo senti. De absenti lì mai non si senton laude,
e se per caso el favorito ariva, quel che più l'adentò, quel più l'applaude. Ma che bisogna ormai più ch'io descriva de le gran case e lor costumi e modi,
como in quelle ogni dì si mòra e viva? Dece anni stenti, e puoi se un'ora godi d'un minimo favore, el mal ti scordi, e de la corte e del signor te lodi.
O miserelli di tal cibo ingordi! puoi che ciascun che vive di tal pane convien che amici e il proprio sangue mordi. Le fere stan più quiete per le tane
che per le corti gli omini non stanno, più discordi tra lor che il lupo e il cane; e cusì advien che ognun che veste a un panno e a un cibo pasce, d'odio, ira e livore
s'empie, e stima el ben d'altri esser suo danno. Fugga le boree e il temprale onore chi vuol felice vita, e solitario viva, ché esso di sé serà signore.
Questo viver de corte tanto vario mostra in fine, a ciascun che se li alonga, che di bestie non è se no un vivario. Guardi che 'l piede alcun spin non li ponga
chi non ha bona sorte, ché deluso serà, se advien che lì vecchiezza el gionga. Chi de ragione e de l'arbitrio ha l'uso e che per l'altrui exempio non se emendi,
non deve in caso alcuno essere excuso. Meglio par che dil danno si diffendi uno animo gentil, che da vergogna, se suo stimulo el morde o se 'l riprendi.
A la corte o al pretorio ir vi bisogna con nove astuzie, ché la maggior parte vivono lì con fraude e con menzogna. Sapersi tuor da gioco è una bell'arte,
se ben pochi la scianno, quando adversi si cognosce, chi gioca, o dadi o carte: ché men male è lasciare i pochi persi, che perder molto per reavere il tutto:
chi offende sé, di sé solo ha a dolersi. Io mi son, benché tardo, qui ridutto a questa villa, a questo umil tugurio, da qualche spirto bon, non da altro dutto:
qui il cibo non m'avanza e non esurio, e benché alcun non veggi, ho assai compagni, che non offendon me, né io loro ingiurio. Né pensi alcun che più el volto mi bagni
pianto amoroso, né che di Fortuna (roti pur como vòl) mi doglia o lagni, ché se a stato o a favor mi fu importuna, al suo dispecto ho, senza ch'io el procuri,
quel che un gran tempo un per bisogno aduna. Forse del seminar convien ch'io curi, o perché renda più, tronchi la vite, o che 'l ricolto l'altro non mi furi?
Forse non son le mie querele audite da ch'io vo' che le ascolti, e quivi forse ho chi 'l mio mi dineghi o mova lite? Ah, infortunato me, che non m'accorsi
del mio error, che ne gli altri ora riprendo, quando l'orecchie a le sirene porsi! Perché, più ch'io vo inanti, più comprendo l'omo a l'omo inimico è il più nocivo
quanto manco da quello io mi diffendo. D'ogni passato affecto io mi son privo, e qui in dolce ocio stommi, e lego e trovo quel che m'insegna ciò che qui ti scrivo.
Parlo con morti, e a lor dubio non movo che non mi solvano, e col lor iudicio questa mia nova vita ognor più aprovo. Parmi che sia de' razionali officio
cercare el bene e alargarsi dal male l'origine de' quali è virtù e vicio: l'uno ha declive vie, l'altro ardue scale, ma ciascuna di lor, giongendo al fine,
si vede dal principio assai inequale. Veggonsi i fiori, e occulte son le spine, e per contrario ancor bon fructo nasce in dura scorza, e l'oro in aspre mine.
Ma tristo quel che da le prime fasce da i lacci secular non si dislega, e se lui d'altro che di lacte pasce: ché a duro legno mal si può dar piega,
e il destrier corridor, rotta la briglia, d'ubidire al patron spesso dinega. Uno abito in pochi anni tal si piglia che, essendo adulto, di natura ha forza,
e invano el senso puoi ragion consiglia. L'arbore, mentre ha tenerella scorza, si transporta e si pianta e fa radice e como om vòl par che l'adricci e torza,
che puoi, robusto facto, più non lice mutarlo, e se serà in vil loco posto, quello arbore serà sempre infelice. Nota, perché a dir più non son disposto.
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