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1450–1508

367

Niccolò da Correggio

Abbiati, pastorelli, al gregge cura: Titiro, Melibeo, Mopso e Menalca fanno gran trame, ond'io vivo in paüra. La gente armata tutta via cavalca:

aprìti gli occhi bene, e siati accorti di non tener gli armenti in tanta calca. El seria ben redursi a i lochi forti, cercar qualche paludi, selve o monti

o i liti salsi e pur vicin di porti: son de' gran lupi intorno a i nostri fonti, qual sotto manto di pastor coperto, quai sotto ombra di sancto, a mal far pronti.

De loro insidie è Coridone experto, che appena si salvò da i tesi artigli mercè del sito e del loco deserto. Iano, i bifronti coronati a gigli,

uscito è in mar, né si vede ove el guardi: temano i cani, i lepori e i conigli. Non siati adunque, o pastorelli, tardi; bifolci, e vui, che più maturo armento

guidati, tema ognuno, e i più gagliardi. Un leon, battendo l'ale, ha facto un vento che porta fiamma accesa ovunque spira, puoi che Marte fra nui suo foco ha spento.

Ogni altra fera qua con l'occhio mira: con la coda la terra el leon percote, e l'idra di più nodi assai se agira. Sono a Menalca le campagne note

e dove meglio stian le pecorelle, se le stalle son piene o pur son vote; scia di quanti agnellin pendon le pelle scorticate da Tirsi, e i lupi ancora

che, per gli altri smarir, serva con quelle. Al nido ove già fe' longa dimora con duplicato capo l'ucel d'oro, un novo e maggior Cacco vi si onora.

Non capra o agnello, ma iuvenco o toro è il cibo suo e i pastor d'ogni intorno temon di lui perfin dentro a Peloro. Fugìti, pastorelli, in fin che è il giorno!

Costui non stima Pan né i dei di Roma, e per ber l'uman sangue è facto adorno. E tu, Dameta, che de imponer soma a gli umeri insüeti sì te agrada,

impara con qual morso altri si doma: col forbice si tonde, e non con spada; rader si vòl sì che non cresca el pelo: chi fa el tutto in un dì, gli altri sta a bada.

Prima che imbianchin le campagne al gelo, circonda le tue mandre, ovili e stalle, ché gran pioggie e tempeste indica el celo. Quanto piangerà ancor la bella valle

che Ionio, Liri, l'Adrïano e Egeo — serran! né te 'l gettar dietro a le spalle! E tal pastor si tiene un semideo, che si vedrà cascar morbido el gregge,

che non gliel camparia canto d'Orfeo. Sono sì rari i bon, che chi ben regge le pecorelle sue, tante n'acquista, che sempre a li men bon può imponer legge.

Sono tra nui chi ha fama con la vista fascinar gli agni, e col sparger veneno guastare i prati e fare ogni acqua trista. I bon pastor van drieto al bon terreno;

chi meglio ingrassa o d'acqua adorna el sito, quello ha più spazzo a l'erbe, el verno al feno. Dafne, si bene ho il tuo parlare udito, admonìto hai ciascun che armento guida;

ma pure al fin tu m'hai mostrato a dito. Ma non sciai tu che mal fa chi si fida de can che dormino e di servi iniqui ove lupo famelico se annida?

S'io mi ricordo ben di tempi antiqui, a Tirsi non giovò reti né cani, ché lo robborno per più modi obliqui. Songli pastor che si tengon silvani,

satiri alcuni, e il dio d'Arcadia invidiano, sorti di plebe e di paesi istrani: con suoi patroni a tutte ore perfidiano, né di maneggi suoi bon cuncto rendono;

chi li riprende puoi, sempre l'insidiano. Ma io scuso te, ché pochi son che intendono che sia guidare armento grosso e indomito, che con calci e con corni ognor ci offendono.

Non ritien questi d'azza un piccol gomito, ma grosse funi, anzi catene e giovi, non zuffolo o baston d'un piccol comito, aste ferrate (e impararai, se 'l provi,

con assidua fatica) ecco il suo morso: varii da capre son buffali e bovi. Dameto, odi o Dameto, e dà soccorso a Tirsi, che d'intorno ha assai pastori,

perché ha facto fra lor preda d'uno orso. L'orsa e gli orsatti sono usciti fuori, Titiro, Melibeo, Menalca e Mopso li sono intorno e fanno gran rumori.

Argira viene, ond'io seguir non posso: tu, Dafne, no 'l lasciar, se più te è cara quella per cui a riprendere sei mosso; né guardar che tra lor la fé sia rara.

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