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1450–1508

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Niccolò da Correggio

Pico, se mai d'amor sentisti iaculo, di quei che i nostri cor tanto tormentano dillo, ch'io vengo a te como a l'oraculo. Se ben per queste selve si lamentano

i satiri talor de le sue driade, non longamente nel suo pianto stentano: io non pur anni, ma lustri e olimpiade piango el mio danno, e il scrivo in ogni grottola,

che essendo in carte è già più d'una Illiade. Suspiro el giorno, e la nocte, qual noctola, chiamo colei da cui non ho ricovero, e tutti i pastor già fan di me frottola.

D'ogni soccorso derelicto e povero, sul far del giorno stracco corto a un rivolo, arrido più che non è un secco sovero. A te il mio mal, como tuo istesso, scrivolo,

non perché aiuto in questo m'abbi a porgere, che non d'effecto, ma di speme privolo. Quando altri lieti a l'orizonte sorgere vedono Febo, e la luce chiarissima,

io vo dove di me nul si può accorgere, ove la selva è più folta e densissima: lì mi nascondo, e al piè d'una antica acera meco raconto mia vita durissima.

Alcun col tempo la sua pena macera, io la rinovo e con più forza accendola; mia vita cresce quanto più si lacera. Quando cantan gli ucei, mia lira appendola

a un qualche tronco, e ogni conforto anogliame; di Filomena ogni sua nota intendola. L'ocio alcun fuge, ed io, perché più dogliame, continuo penso, e se altri preghi porgono,

ed io Amor sprezzo e non cerco disciogliame. Se in questi lochi opachi fonti sorgono limpidi, e io sia necessitato a bevere, l'intorbido, e ove io sto gli altri s'accorgono.

El non è fiume alcun tra il Varzo e il Tevere, tra l'adrïano golfo e il mar ligustico, che abbia potuto el mio pianto ricevere. Vivon gli ucei senza fatica, io fustico

in ne la terra ognor per qualche gramine, e più di me non stenta in villa un rustico. Vidi l'altrier tra duo tori un certamine, che l'uno morto cadde: io a Morte volsime

irato, che a me ancor non ruppe el stamine, e più, ch'io non morissi d'amor, dòlsime, como quel per la sua iuvenca morbida; né posso altro voler, sì el poter tolsime.

El cor mio è facto secca sponga sorbida, le membra morte, e sol vivono i spiriti, che spesso errando van per l'aria torbida. S'io vegio lauri o bei cipressi o miriti

pullular per le selve, e io li extermino, perché i lochi ov'io sto sian vani ed iriti, né la terra voria fesse alcun germino, né gli omini tra lor più generassino,

che 'l mondo avesse fin tutto ad un termino. Stommi in arrida terra, sotto un frassino a la cità facto exul voluntario, e ciò ch'io vegio bel, con l'occhio il fassino.

Pico, questo è per far presto un summario, ché, puoi che Pan ebbe al mio stato invidia, sempre al mio viver si mostrò contrario; ma vano è a far contra di lui perfidia:

amava Licia e non avea me in odio; or mi l'ha tolta, e tuttavia m'insidia. El foco, che alor stava sotto el modio, scoperto è sì, che ragionando io el vomito,

benché al mio viver un sepulcro fodio. Son facto quale un leon fero e indomito, che el primo feritor sempre ricòrdassi: per non lo perder, meco porto el gomito;

quel per memoria pure el dito mòrdassi, como io tale onta nel mio cor sigillola, e con Bacco a sua posta pure accòrdassi. Io la inglutì', al mio gusto amara pillola;

or perché del mio amaro altrui consideri, per darli a ber d'una erbe, al sol distillola. Non creder che 'l morir tanto desideri per mia disperazione, quanto curome

de vendicarmi, se non ch'io me assideri; e quanto più ne parlo, allor più indurome, e ogni partito dentro al pecto romino e contro ogni pericul rasicurome.

Quando parlando o scrivendo la nomino, e Licia bella a l'orecchie risoltami, me accendo, e poscia a quella furia domino: a cantare incomincio, e il gregge ascoltami,

Licia pur chiamo, e se chiamando cascano da gli arbor frondi, el strepito a lei voltami. Non credo in questi monti armenti pascano, né per ombrosi boschi ucei se annidino,

virgulti o sterpi in queste piagge nascano, che 'l pianto mio non sappiano, e non cridino di me mercede; e il crudo amante e Licia odon mio pianto e tra lor credo ridino.

Un dì la gionsi (ohimè, qui el pianto inizia!) e li volsi donar dui rami carichi di fructi de che Pan non ha divizia. Schifommi, onde convien ch'io mi ramarichi;

pur la seguì' con parole sì tenere che recordando par ch'io mi discarichi. — Perché vòi tu vedermi, o Licia, in cenere — dissi — s'io non son Pan, né io sia celicola?

Mortal fu Adone, e fu dilecto a Venere. Non son, s'io voglio, vil pastore o agricola; cercato han già più ninfe i mie' connubii; amo te Licia, e la mia pena dicola.

Tu non sciai bene ancor con quanti dubii si serve un gran pastor tra moltitudine: più quieto sonno se ha ne gli umil cubii. Io non ti dico mo' la ingratitudine

che se usa in le gran case, e quanti abondano d'invidie, che a le corte è in consuetudine! Sciai tu el giardin che quei fiumi circondano? Io intendo ch'el sia el tuo: deh, el tuo amor donami,

non indugiar, ché le selve si sfrondano! Licia, tu falli, io pur dicol, perdonami: non sciai tu le capanne, como io tessole, e che alcuna virtù non abandonami,

como pel sol le infolto, e como ispessole, como gli atacco de gli ucei selvatichi, e due nidate ho già per tuo amor messole? Non mi cognosci appena, ma se pratichi

un tempo meco, vedrai como onoranmi i dei di monti e di boschi e gli aquatichi! S'io voglio ornarmi, e son di quei che adoranmi per semideo; ma io poco riputolo,

quando gli occhi tuo' vaghi disonoranmi. — Ohimè, Pico, qui cado e vengo mutolo: la bella Licia alor volendo tangere, fuge, come se avesse a sdegno avutolo,

onde convienmi in fin ch'io viva piangere.

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