Fauno, delizie a l'infelice Florida, a te manda salute la miserrima, che più di serti el fronte non s'inflorida. Rime conformi a la sua pena acerrima
in questa littra scriverti determina, puoi che sua sorte è d'ogni altra deterrima. Amor, speranza, al cor più non gli germina: d'alor che la lasciasti, o crudelissimo,
anzi el dì mille volte el viver termina. Crudel, ma benché crudo, a me carissimo, como potevi col tuo pianto fingere dolor del partir tuo, per me durissimo?
Volevi el ferro nel tuo sangue tingere, volevi, simulando, darmi a intendere, volevi a me, crudel, sogni depingere! Misera, tanto alor mi sentì' acendere,
ch'io non ebbi in memoria, ond'io traseculo, el cor ch'io t'avea dato a farmi rendere. Tu mi lasciasti al tuo partire un speculo, dinanti al qual sto tanto ch'io m'asidero,
e me vedendo, te trovar lì speculo. Godeami a viver teco, e anco el desidero, che tu sciai ben che a Lete io non fui a bevere, anzi a ogni gesto tuo sempre considero.
Cusì potesti tu crudel recevere quanti suspir la bocca e il cor ti mandono e il pianto, che per te già facto ha un Tevere! Le voci che per l'aria ognor si spandono,
smarito han già più fere e facto ascondere le ninfe, che i bei versi al fiume scandono. Crudel, che non volesti mai rispondere a le meste parole, a le mie epistole,
chi ti dovresti da te sol confondere! Non scio se lecto hai quelle, o se pur vistole, tanto ti trovi in amor novo implicito, preso dal suon de più suavi fistole.
Se quel ch'io t'ho già con la penna explicito non mi prometti far venendo, e cetera, a me non serà più de viver licito. Prima che la stagion di fructi pretera,
torna al tuo patrio albergo, a quelle stabule ove ancor pende tua suonante cetera! Ché tu sciai ben che son più dolci pabule l'acqua e le giande ove se' usato pascere,
che 'l nectare e l'ambrosia in regie tabule. Como può tal pensier nel tuo cor nascere, che tu abandoni el loco del tuo origine per sdegni o perché alcun ti facci irascere?
Forsi che le tue stalle hanno mucigine, e che non eri fra ' pastori idonio, e a la capanna tua parea caligine? Già ti viddi bramare in matrimonio,
per esser dextro a lo ipodromo in correre, da tal che ancor dà fama al sito ausonio. Se bene el stato tuo vorai discorrere, che non t'abbii a riprender già non dubito,
e più, crudel, che a me non vòi soccorrere. Se in te è alcuna ragion, tornarai sùbito: le pecorelle sparse errando bellano, e forsi el lupo non gli è longi un cubito.
Talora insidie e fraude in cor si celano, che a la presentia di colui che domina, per amor o timor puoi si rivellano. Catene, ceppi, o di gran nave gomina
non liga i cori altrui, che 'l tuo diffendano, ma un reciproco amore; e questo romina. Che val che a gli umer tuoi gran manti pendano fuor de la patria, più che in essa uno orido,
si i guadagni di là convien si spendano? Non voler seguitar l'orme de Corido, né al suo crudele Alexi farti sozio: torna al tuo bel paese ameno e florido!
Qui non ti mancarà grato negozio, pascendo el gregge fiori in mazzi accrescere; pensa, Fauno mio car, qual sia nostro ozio! El mi ti par veder che già debbi essere
in man di Circe e de' suoi veneficii, qual pico in gabbia, a non poterne escere. Non te dilectin suoi bei lanificii, non l'erbe sue, no el ber dentro a suoi pocoli,
né ti fidar de suoi grandi artificii. Tutti i mie' affanni a parlar teco isfocoli, l'orecchie a quel ch'io dico ben disserratti: fra ' cechi zegnan quei che son monocoli.
Se ti senti ligar, subito sfèrratti: forza non han le strie, non ti pon nocere; più tosto che assentirli, in fossa attèrratti. Impie matregne sono, invide socere,
infamia al sexo lor, lupe insaziabile, che al foco ti porrian per cibo a cocere. La sua vita sceleste e detestabile in ira provocò Pan, dio de Arcadia,
dal regno darli bando inrevocabile. Fauno mio car, per te el mio cor se agladia, vedentoti subiecto a tal periculo: alàrgati da loro a miglia a stadia!
Ma a chi parlo io, el pensier mio a chi dicolo? Quando el manca l'amor, si perde el credito: di fede non credo io servi più articolo. Forsi che, essendo a le delizie dedito,
in odio hai le caverne e i lochi mucidi: io no 'l scio già, ma quasi io me 'l premedito. Trovarai li agni tuoi lanosi e sucidi, e ti daran le capre a ber con gli uberi
più dolce lacte che li argenti lucidi; e capretti petulci e i greggi impuberi scherzando ti faran più volte ridere, prostrato a l'ombra de li densi suberi,
e serai causa a non lasciarne uccidere quella che per tua colpa a Morte supplica che l'anima da lei voglia dividere: ché a l'infelici alor doglia se induplica
quando, inteso el mal suo, pietà non trovano: a me, per tal cagion, pena quadruplica. Se gli affanni ch'io provo a te pur giovano, e non te accorgi che 'l tuo onor vituperi,
disgrazie quante può sopra me piovano, e i dei d'abisso e quei del mare e i superi tanto mal da suoi influxi mi distillino, che per pietà la grazia tua ricuperi.
Non creder che dal sol raggi scintillino, che penetrano al loco ov'io sto a piangere, o ch'io oda suoni che campane squillino; non creder che 'l vapor che si suol frangere
quando doppo el baleno e fulgur cascano, potesse in parte le mie orecchie tangere; non creder che pastor qui armenti pascano, che m'abbian visto già gran tempo movere;
e credo sopra me l'erbe già nascano. E tu, crudel, non ti vorai commovere a questa littra che, carta mancandomi, t'ho scripto in foglie agionte d'una rovere?
Ben serai crudo, se tu ancor, chiamandomi, non bagnarai le frondi de una gozzola di pianto, in cambio alcun suspir mandandomi! De corili e de giande, che qua snozzola,
Florida tua si pasce, e sol per vivere a te quivi si sta como una chiozzola: torna a vederla, e a lei più non rescrivere!
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