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1450–1508

364

Niccolò da Correggio

Fauno pastor ti scrive queste lettere, o Florida, e se manca ne i tuo' titoli al non saperne più vogli rimettere. Questo è perché 'l convien teco io capitoli,

or ch'io non son di pecore più famulo, ma servo in mandre, armenti grossi e vitoli. Tu pensi forsi ch'io sia ancor quel mamulo ch'io ero quando mi fe' del tuo amor calido:

ogni gran quercia fu già un picol ramulo. Io mi partì', tu 'l sciai, da i campi isqualido, e mio stimulo e mia solicitudine fu l'amor tuo, mercé di cui son valido.

Ma non per esser mai fra moltitudine, non per ch'io abbia de più ninfe pratica, in me si trovarà mai ingratitudine: non per usar fra la gente grammatica

o ne i suburbi o in case de celicoli, posso scordarmi la piaggia selvatica. Se ben non guido più mie' greggi picoli, non è che di te, Florida, mi smentichi,

se ben fossi di là da i regni sicoli. Spesso convien che la lingua mi dentichi: volendo altri chiamar, Florida nomino, alor ch'io son più fra pastori autentichi.

Se tu sapessi quante volte io romino quel che al partir tu me dicesti in colera, e il stato mio de alor, che adesso abomino, diresti: — Io non scio como Fauno tolera

che 'l pecto suo per me più Amor gli laceri! — Ma io non son fragil como tenera olera. Io mi ricordo ancor quando su gli aceri scrivevo el nome tuo, ne i saxi e in polveri,

e tu el guastavi, che d'ognor me maceri. Più volte io m'ingegnai gran sassi volvere, ove il tuo volto io mi forzai depingere, che tua beltà non avessi a dissolvere.

Spesso, doppo un suspir, convienmi fingere menzogne, se pastor pur se ne accorgiono, e per vergogna puoi mio volto tingere. Se in queste valli ov'io mi trovo, sorgiono

limpidi fonti che ne i prati spargino, memoria di quel sito al cor mi porgiono. Quivi è un gran fiume: ov'è, nel suo bello argino, serto di pioppe, che lì par che ridano,

a l'ombra stommi di l'ombroso margino. El fiume che discorre ha nome Eridano: nasce di picol fonte al monte Vexulo e scorre ove sei foce in mar se annidano.

Una isoletta che è chiamata el Mexulo fa il fiume e il mar, de pastor riceptaculo: qui vien ciascun che al suo nido è facto exulo. E qui mi sto, benché con molto obstaculo,

ché maghe e strie in queste parti abondano; ma un gran pastore è il mio sustegno e baculo. Spesso gli ucei tra le fronde s'ascondeno, quando, per te piangendo, io mi ramarico,

e talor con suo' canti mi rispondeno. Quante volte, d'affanni afflicto e carico, mi circondan le ninfe e mi confortano! Ma ogni dolce parlar mi è abscinzio e agarico.

Talor de varii fior ghirlande portano, talor ballando intorno mi si agirano, talor seco a cantar tutte me exortano: non gli rispondo, e lor pietose mirano

el volto mio, del cor segno infallibile, e che Amor tanto in me possa se admirano. S'io cerco qualche loco inaccessibile per meglio a te pensar, fuor d'ogni populo,

appena (oh dicto, oh dolor mio incredibile!) che in quello instante che col cor mi copulo teco, Florida mia, chiamanmi subito; unde convien che in mar cerchi d'un scopulo.

Quante volte al mio stato penso, e dubito, per esser sola d'ogni altra bellissima, che un gran pastor cerchi d'aver tuo acubito! Io penso puoi che tu sei fidelissima

e che Amor per me ancor tuo pecto stimoli: che chi è amato ama, è conclusion verissima. Ma se cusì non fusse, e che tu simoli, fà che in risposta de la rozza epistola

commandi che a Pluton me stesso io imoli. Gli occhi mei non avran sì presto vistola como io abandonarò le selve e i pascoli, i canti e il suon de la mia dolce fistola;

lasciarò le capelle e gli edi mascoli, pecore andar disperse, e vasi frangere ove io le mongo, e i can di lacte pascoli. Testimonio, vui, selve, del mio piangere

rendrete a quella, se advien pur ch'io termini, ch'io non voglio alcun cibo o fiume tangere. Cusì le cener del mio corpo extermini qual Furia è più crudel, se mai desidero

altra amante, e vui odeti, arbori e germini: qual più crudel influxo ha stella o sidero, sopra me cada alor che da te, Florida, me aretro, e che d'amar altra considero.

Ma tu perché dovresti esser tanto orrida che senza colpa mi dovesti strugere? Tu m'ardi più che il sol la zona torrida. Tu sciai ben ch'io non volsi da te fugere:

al mio partir tu mi vedesti exanime, e sopra el pecto tuo tacendo lugere. Quando tu al fin, con parole magnanime mi confortasti, — Ovunque sian — dicendomi

— i corpi nostri, insieme ognor fian l'anime —, nel gremio tuo semivivo tenendomi, mentre i mie' spirti fuor di me vagavano, del fonte il volto con tua man spergendomi,

le tue parole el cor lasso piagavano e puoi, veggendo lacrime discorrere da gli occhi tuoi, ogni dubio scacciavano. Ma se non vòi vedermi a morte correre

stà ferma nel mio amor, a casa aspectami: tu sola sei che ancor m'avrà a soccorrere. Và al mio boschetto, e la capanna nettami e guarda ben che non avesti a movere

quel che gli è scripto, che fin qua dilettami: e guarda dentro da quella arsa rovere, e gli vedrai lo epigramma mortifero che Amor mi fe' dal cor per gli occhi piovere:

— Qui giace el corpo, e l'alma ha in man Lucifero, di Fauno, facto per Florida in cenere: per mia pena e suo onor la causa inzifero. — Questo gli scripsi in su cortici tenere:

non lo guastar, se 'l trovi in quel tugurio ove ogni nostro amor già scripsi in genere. Perdonami se forsi lì te ingiurio, ché 'l mio pensier non era in tutto eronio,

e, certo el mi fu dato in fermo augurio, ché s'io pur torno, e non ti pari idonio, e como fusti già ver me t'infrigidi, me aprirò el pecto e al cor vedrai el tuo conio;

e questi membri lacerati e frigidi avran di tua man sola e morte e funera, coperti in questi sterpi e sassi rigidi. L'anima non vorà de exequie munera,

e se verbena mai di quella pullula, schiantata cridarà: — Cusì remunera Florida un servo che sì piange e ullula! — E serai facta tra gli amanti fabula,

pegior augurio el tuo che canto d'ullula. Scripto serà su adamantina tabula a le porte di Cerbero tricipite el strazio mio, che sì tua mente pabula,

ed io in abisso n'anderò precipite.

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