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1450–1508

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Niccolò da Correggio

Pasciute pecorelle, ite, or che 'l verno languide ha facte le guazzose erbette: cercate altro pastore, altro governo. Fortuna, i celi, Amor, ciascun permette

che al presente io vi lasci: itene in pace e per tema de' lupi andate strette. Pastor non fia mai di predarvi audace, signate del mio nome: io n'andrò solo

fin che 'l cel contro a me sta contumace. In strane parti e fuor d'ogni altro stolo, con la zampogna, mia dolce compagna, errando andrò, pur col pensiero a volo

a quella per cui il volto or mi si bagna scrivendola su liti, tronchi e sassi, e la causa che Amor ci discompagna. E se impediti non seran mie' passi,

le mie querele andran dinanti a Iove e a i dei ancor dei lochi infimi e bassi. Puoi che disposto ha il cel far di me prove, togliendomi or la gregge antica e cara,

e che alcuno a pietà non si commove, lasciare intendo questa fede rara, questa natura de omini perversi, che chi non scia mentir da lor s'impara.

Chi ha più iusta cagion di me a dolersi? Nato in exilio, pria defuncto il padre, parte de le mie mandre infante persi; puoi, derelicto da la dolce madre,

che a un altro si legò per iugal nodo, fui dato a gubernar l'ovile squadre. El peculio paterno, ohimè, in qual modo dilacerato fu, che al pover nido

non posso dir che rimanesse un chiodo! Pur, mercé dil signor de ch'io mi fido, che mi levò da gli occhi el denso velo, mi tolsi fuor di quel belante strido,

e con fatiche extreme, caldo e gelo, in tal preggio mi viddi e in tanto nome, ch'el mi parea toccar col capo il celo. Più volte già mi coronai le chiome

di lauro, avendo in marzïal certami vincto le forze de' compagni e dome. Ma che bisogna più ch'io mi richiami? Gli omini sordi son per me e li dei,

e cosa non è più ch'io apprezzi o brami: non curo vita, persi i greggi mei ne' quai mi era cresciuto; or perdo quella che, quanto me ne doglia, sciassel lei.

Cusì vòl mia fortuna e fiera stella, che mi ruina ogni reo influxo adosso e fammi navigar questa procella. Tanto tuo affanno più soffrir non posso:

udito alquanto t'ho con doglia al core. Fatti palese a me, caro il mio Mopso. Del mio mal, Dafne, il cel, Fortuna e Amore cagion ne sono, onde uno exilio grave

convien ch'io provi per mio mal minore: quella che tien del mio voler la chiave fa duro il dipartir; da l'altra parte l'ingrata patria mia me 'l fa süave.

Combatton sopra me Ciprinia e Marte: per legge l'un mi vòl, l'altro per sorte; el voto allega lei, lui la prima arte; quel vòl condurmi al fin per aspre e torte

strate, lei per amene, e tace el fine; el primo me vòl dar famosa morte. Da la mia dolce patria e sue confine cusì intendo partir, lasciando il gregge,

puoi che cadute son su i fior le brine. Che ragion, Mopso, il tuo appetito regge, che adesso errar tu vogli? Forse pensi a l'Amore e a Fortuna imponer legge?

Tu vedi Borea i nubi oscuri e densi agitar per il cel, grandine e tuoni, fulguri e lampi di ver foco accensi: se 'l povero tuo gregge ora abandoni,

ohimè como andarà misero errando! Perdona a lui, se a te pur non perdoni. Già non torrò dal mio paese bando, anzi sempre serò, Dafne, più in stima,

da quello absente per un tempo stando. Se pur errar tu vòi, lascia che in cima a l'orizonte nostro ascenda il Tauro, togliendo a le tue gregge i vèli in prima.

Dafni, non sciai che spesso un vil tesauro invesca a le delizie uno omo tanto che doppo perde el suo proferto lauro? Ma tu non sciai che spesso un piccol vanto

transporta altrui sì inanti, ch'el non riede indrieto puoi senza suspiri o pianto? Deh, presta al mio parlar, Mopso, ormai fede: non sempre quel che vòl, l'om dié seguire:

talor capita mal, chi al ver non crede. Io ti vo' un poco la mia vita dire e como ora io mi trovo consolato, per mitigare alquanto el tuo martire:

el celo, o voglian dir la sorte o il fato, adverso a me ancor fu, sì che in affanni da alcun pastor non fu' mai paregiato; volai dal nido al mio mutar di vanni

e gionsi in una valle tanto amena, che men che viva l'om, vive cent'anni. Forza ha il bel loco far che Filomena non pianga pur, ma crida, e d'altri ucelli

la florida contrata è tutta piena. Su per le ripe animaletti isnelli caccian le ninfe, e liquidi cristalli sembran quei fiumi delicati e belli.

Tra verdi prati l'intrescati balli guidan con le sue dame quei pastori; altre coglion fior bianchi, rossi e gialli. Chi fa ghirlande de' raccolti fiori,

chi accende mirti, casie e ambrosie stilla, e i fiumi e l'acque sparte danno odori; non vi può il freddo, e il sol non vi sfavilla; contento a la sua sorte ognun si vive,

d'invidia non gli è mai tra nui scintilla. Cipressi el monte fa, ginebri e ulive, manna sopra ciascun fior si raccoglie, e riga el mel giù per le belle rive;

arbor vi son che mai non lascion foglie; cedri, platani, palme, e questo è il loco dove Orfeo pianse la defuncta moglie. Lì non si exerce di palestre il gioco,

ma saettando a prova per quei boschi consuman le giornate a poco a poco. Non antri, non paludi o lochi foschi, non colubri o ree fere, e quella terra

non produce erbe venenose o toschi. Vestigio non si vede alcun di guerra: sol di Cupido la spoglia victrice si vede, che un bel tempio dentro serra.

Qui ancor si vede spesso la fenice, che sola è decta al mondo, e ucel rapino lì per destin del cel passar non lice. Minere puoi gli son d'argento e or fino,

copia di biade, lacte, fructi e carne; le viti incultivate ancor dan vino; volatili, che vile son le starne apresso loro, e pesci sì perfecti

che a Iove si potria convito farne. Qui son pasciuti tutti i nostri affecti, né alcun desidra più, né più aver vòle, né loco altro si scia che più dilecti.

Non mai fra nui rancore o aspre parole: ognun guida l'armento del compagno, e l'un pastor de l'altro non si duole; non molto intento al suo proprio guadagno

si vede alcun fra nui, ma al commun bene, né più s'aprezza qui l'oro che 'l stagno: questi ricchi monili, auree catene, abbiamo a vil como l'arena e il fango,

ch'el ci fluisse da diverse vene. De le delizie mie nulla ti tango: un semideo mi regge, el quale observo, e il primo in loco suo spesso rimango;

a cenni sono inteso, e ogni suo servo non men di lui si studia di piacermi, tanto l'amor d'ognun ben mi conservo. Con vaghe ninfe il giorno sto a sedermi:

gelosia non fu mai dentro quel regno, né scio, puoi ch'io lì son, di che dolermi. Non affatico el corpo, e non l'ingegno; quel ch'io fo, piace a tutti: al mio padrone

non feci cosa mai che avesse a isdegno. Tra fonti e fiori, con varie canzone cantando il giorno e con suavi accenti, passo il mio tempo in sì lieta stagione.

Non vestì Apollo i più vaghi ornamenti di me, né però a gli altri invidia movo, ché tutti del mio ben restan contenti. Tanto felice, Mopso, io mi ritrovo,

a me tanta salute el celo infonde, che ognun dice che a viver mi rinovo. Tutte le cose a me vengon seconde, non odo altro che canti, suoni e versi,

quivi ride ogni sterpo, fiore e fronde; doppoi ch'io guido armento, agnel non persi per alcun caso, né lupi o altre fiere a le mie gregge mai furon adversi;

ogni prato raccoglie le mie schiere con dolce pascuo, e di fresche e chiare acque si trovan dolci tutte le rivere. Quivi abitare, o mio Mopso, mi piacque,

e se a te piace far meco soggiorno, el più felice mai di nui non nacque. Tu vedrai un loco ameno, vago e adorno d'erbe, de fiori e fructi in tanta copia,

che più a la patria non farai ritorno. El tuo paese è una arrida Etïopia a rispecto di questo, al qual Natura non lascia aver de alcuna cosa inopia.

Parrati questo una bella pictura: Cerrere e Bacco il viver ci dispensa senza che di nui stessi abbiam mai cura. Sopra me te ne vieni adunque, e pensa

non aver vista mai la patria ingrata; e il piacer col dolor qui ricompensa. E se altra vita forsi te è più grata e cerchi fama aver con più fastidi,

vien': la partita non ti fia negata. Ma se del mio parer puncto ti fidi, la solitaria vita pigliarai, e contento serai, se qui te annidi.

Addur potriati de gli exempli assai; ma io ti cognosco in ciò più di me experto, ché vano è l'affannar, como tu sciai. Là non si premia alcun secondo il merto,

e chi d'onor se aciba, al fin di fame more, e più giovan l'erbe in un deserto. Può bene ordire la tela un con più trame, ma pochi son che possin tesser l'opra,

che Morte pria non gli interrompi il stame. Al fin di riposarsi l'om se adopra, ma, cinto d'ignorantia, non s'accorge che 'l ben, se pure el se ha, dato è di sopra.

Natura, a nui pia matre, a ciascun porge el victo, e in quel non manca in cosa alcuna, e ove non corre el fiume, el fonte sorge. Però rimanti, ché ogni mia fortuna,

ogni grazia che 'l cel m'ha qui concessa, Mopso mio car, serâ teco communa. Dafne, la tua fortuna, che mia istessa reputo, allevia alquanto il mio tormento,

e ti ringrazio d'ogni tua promessa. Ma perché l'ore fugon como il vento, questo ti basti sol per la risposta, ch'io son preda d'Amore, e non mi pento.

El confortar l'infermo a un san non costa, ma al disperato alor cresce la doglia, che la felicità gli vien proposta. Non posso riposare, e non ho voglia:

questo ben stato a te Iove pur serbi; a me di riposare al tutto toglia. Per colli, monti, valli, piaggie e zerbi errando solo andrò il giorno e la nocte,

con lacrime pascendo i fructi acerbi; e dove io trovi qualche oscura grotte lì forsi mi starò col corpo lasso, vedendo mie speranze vane e rotte,

e finirò lì con la vita el passo.

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