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1450–1508

362

Niccolò da Correggio

Aminta, un pastor saggio, a questi giorni mi diè consiglio sotto una elze antica, che ove dimagra il gregge, mai non torni. L'erba che li fu già tanto inimica,

benché sia svelta, o Dafne, ha sparto un seme, che pastor mai non fia che lo eradica. Andaria prima in India o in parti extreme, che mai tornassi più in quei vostri paschi,

tanto il passato danno ancor mi preme: ché, s'egli advien che ogni granel rinaschi simile a lei, per le sue tante spine di fame converrà che 'l gregge caschi.

Le rotte rete e le mandre in ruine, i morti cani e le squarzate tende, ogni pastor con rabuffato crine bon testimonio de la vita rende

che si mena fra vui, e la cagione, benché da pochi, pur da vui se intende. Titir vostro, che già vinse un leone, tanto invaghì d'una iuvenca infecta,

che a i corni gli facea de fior corone; per lei lasciò la clava e la saetta e gli vestì talor la pèl nemea; ma fugli che ne fe' presto vendetta.

Per ben pascerla lei, più non rendea decime a' templi, e i suoi famigli e cani, como era usato, ben non li pascea; non seminavon più i bifolci grani,

ché lei se li mangiava, e i suoi terreni si férno inculti, e i suoi greggi mal sani. Alor ch'io vidi i vostri campi pieni de aride spine, presi per partito

lasciarli, ché a mie greggi eron veneni. Io ho da l'ora in qua un pastor servito, e servo tutta via, che ha sì bon prati, che a mezo il verno alcun gli ne è fiorito.

Io non ho i liti tuoi, Dafne, lasciati, perché Titir non abbia in summo onore e che gli altri pastor non me sian grati; e tanto ancor mi stringe a lui l'amore,

che de la persa vacca, a ognun dannosa, dolendo a lui, anch'io dolore: pur tanto gli la vidi già ritrosa, che più a lui non rendea lacte né prole

e stava ne le selve spesso ascosa. Ma se como tu di', tanto gli dòle, dogliansi seco tutti, e a suo conforto spediam gli agnelli, e non pur le parole.

Tu che sei lì, digli ch'el piange a torto, ché l'arbor steril, che non fa più fructo, extirpar se dovria dentro da ogni orto; e como sol per lei serà riducto

un pastor solitario, inculto e vile e che avria perso un dì il suo gregge tutto; e che l'attendi ora a purgar l'ovile, fare i vasi, lavar, mendar le reti

e tornar, como fu, saggio e virile; ch'el semini a tempo e a tempo mieti, tonda le agnelle e ben chiuda le stalle di cerri o querce, inanti che de abeti.

Aloghi a buon pastor quella sua valle e tenga boni cani, e non se fidi d'ognun, ché più d'un lupo gli è a le spalle. Digli tu questo, e che festeggi e ridi,

e la sua bella prole a virtù spingi, mandandoli a cercar diversi nidi. El par che l'om le man mai non si tingi a fare i facti suoi (proverbio è usato):

mongia le capre e il suo linteo se cingi; non si sdegni portar la borsa a lato, dove il sal se ripone per gli armenti, e scorticar l'agnello ancor non nato.

E como fan gli altri pastor prudenti, prevegia a segni, a stelle il tempo inanti, freddo, caldo, tempeste, pioggie e venti. Vivi puoi lieto, e al modo usato canti;

a caccia il dì, la sera a' bagni in frotta; puoi dica officii a' suo' devoti sancti. Io fra tanto starò ne la mia grotta, el verno el vòl, suonando la zampogna,

perché la lira già bon tempo è rotta. El tuo exortarmi al canto non bisogna, ché a quel che mostra el tuo verso moderno, Corridone oggi mi faria vergogna.

Ogni altra cosa vilipendo e sperno che starmi adesso a un mio tugurio solo, legendo de pastori alcun quaderno: el corpo poso, el pensier levo a volo;

talora invidio a quei preteriti anni, e quella prisca età celebro e colo. Tesso canestri e di mia man fo scanni, scorze apparecchio per poterti scrivere

talor, se accade, i mie' amorosi affanni. Ma le creppie di fieno ormai son livere, ch'io sento ruminar: vadole a impire. Tu attendi a lieto e virtüoso vivere.

Qui faccio fine, e più dil tuo venire non ti ricerco, ché sciai quanto el bramo: quella noverca tua cerca fugire; a me ritorna, che più d'altri t'amo.

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