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1450–1508

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Niccolò da Correggio

Stagione aprica, natural tesauro che la gran matre gravida apresenti, al mondo e a gli animal dolce ristauro, iubilon teco tutti gli elementi

e Zefiro lascivo or va tra ' fiori, scacciando Borea e i contumaci venti; le vesti adorna de varii colori Flora a la matre, e par che con misura

ciascun rifragri in lei süavi odori. La terra oggi si mostra una pictura, corrono i fiumi a liquidi cristalli e l'erbe a rinfrescar ciascun pon cura.

E ruscelletti con qualche intervalli s'aprono e serran murmurando insieme, bagnando i fior bianchi, vermigli e gialli. Progne ritorna da le parti extreme

a le case fideli ove s'annida, e Filomena, lei vedendo, geme. Ogni animal pudico or muge e grida drieto a l'amata sua, tal forza ha Amore,

e ogni cosa animata in lui si fida; le piante adesso mostrano el vigore, e ogni arbor il suo innesto abraccia e stringe, e suda e sparge il suo fecundo umore;

Febo di bel color le guanze tinge di novo a Europa, che di vaghi inserti ancor le corna al suo bel tauro cinge. Le fere oggi ne gli orridi deserti

placide stansi, inamorate e mite e i satiri ne van nudi e scoperti; le vipere e murene sono unite: per amor quelle lasciano il veneno,

quell'altre l'acque, ove si son nutrite; ogni bosco de ucelli e canti è pieno, ché a gli animal non sol che stanno in terra, ma in aria ancora, Amor riscalda il seno.

Ogni pastor le stalle ormai disserra e i greggi stan pei prati, ove si vede fra gli arieti aspra e amorosa guerra: il victo al vincitor sdegnoso cede,

fugge e puoi volta, e con le basse corna rugendo raspa, e a la battaglia riede; el vincitor a racociarlo torna, e se tra lor pastor contesa nasce,

chi perde a quel che vince i corni adorna. Puoi de gli armenti qual rumina o pasce, qual posa e giace in solitaria parte, e l'erba tronca a lor fiutar rinasce.

A questo tempo i cavaller di Marte rivegon l'arme, lancie, foggie e bande e da lor l'ozio in tutto se diparte; e se in fiamme amorose alcun forsi arde,

a la battaglia a tutti è sempre inanti, ché per amor si fan prove gagliarde. Per te, lieta stagione, i naviganti sulcare ardiscon le maritime onde,

né temon più de le sirene i canti; per te le cose a ognun vengon seconde, e in te, lieta stagione, Ecco dolente a' suoni e a' canti e a ogni chiamar risponde.

Al casto amante per tuo amor consente pudica cervia, e il fidele elefante la moglie applaude con l'eburneo dente. Tra le cose animate tutte quante,

e inanimate ancor, regna la pace, e fra i pianeti e fra le stelle errante; per tanto amor l'agricultore è audace dissotterrar la vite e tòrgli i rami,

assicurato dal verno rapace. Le api pel cibo n'escon fuor de' sami, e intorno a' fior tanto soggiornon liete, che con suoni il patron convien le chiami.

Se per caldo talor la terra ha sete, l'aer pacato tal rugiada piove, ch'ogni fior ride e l'erbe stan quïete; l'aura suave murmurando move

le novellette frondi, e nulla piega il tronco o ramo, anzi spirando il fove. La pastorella su le scorze lega rose e ligustri, e il pastor, che la brama,

la sua dilecta dolente prega. Ogni ucellin con qualche verso chiama in questo tempo la sua dolce amica, ed ha ciascun qualche amorosa trama.

A la sua dolce ed utile fatica il contadino adesso s'apparecchia, che la famiglia con sudor nutrica. Or, baiulando l'una e l'altra secchia,

la villanella cerca il chiaro fonte e in quel si lava e lì tutta si specchia; e tutte l'altre a' loro officii prompte, qual zappa e sterpa, e quale a capre attende,

alor che pascon pendole sul monte. Non stanno i pecorar più sotto tende, ma sotto l'ombre con fistole e corni, l'uno a suonar, l'altro a cantar contende;

per le selve oggi fan dolci soggiorni i caprioletti e' donnellin vezzosi, con preste fughe e veloci ritorni: talor di qualche vana vista ombrosi,

l'un va a la buca e l'altro fuora n'esce, puoi in un momento son tutti nascosi. A vista d'occhio oggi ogni cosa cresce, l'erbe e le piante e ogni ucellin s'accorge

che al suo desio l'affaticar rïesce. Al puro argento ciascun fonte sorge e quel che 'l verno avea giacciato e presso, a larga mano primavera porge.

A tante grazie ripensando spesso, pel commun ben mi alegro; e puoi, s'io guardo al stato mio, miserrimo il confesso: tanti anni son che l'amoroso dardo

mi passò il pecto e mai non si ralenta, che ogni rimedio a me credo ormai tardo. Ogni animale, ogni ucel si contenta oggi d'amore, e il mostran con lor versi:

mia lingua è ognor più a lamentarsi intenta. Dentro a limpidi fiumi chiari e tersi notano i pesci: io in lacrime m'affoco da l'ora e 'l dì che la speranza persi.

Fannosi inviti a l'amoroso gioco con speranza di prole a ognun dilecta: io per non generar, la morte invoco; ché fructo bono vanamente aspecta

chi dà a la terra lo infelice loglio: ché bon gran non può far semente infecta. Ogni cosa se alegra, ed io mi doglio; e per le certe tue promesse spera

ciascun de rivestirsi, io mi dispoglio; il rinverdirsi è la speranza vera: io che pallido sono, e macro e secco, in dolor fermo, ho la mia vesta nera.

Per selve e boschi ognor vo cercando Ecco, o il fido ucel che par che mai non bagni, morto il consorte, in acque chiare il becco: ché essendo Amor disposto ch'io mi lagni

e ogni dì nove cause a cause agionga, almanco trovi al mio doler compagni. Non può far che talor non si componga a le molte querele un fier tiranno,

ché uno umil prego l'ira non prolonga: io non a corso d'ore o a circul de anno, ma a lustri ho già pregato e in prece sono, ma impetrar grazia i preghi mei non scianno.

Però, stagione, a te chiedo perdono: odio né invidia non mi move; io piango solo i mie' casi e meco li ragiono. Su questi sassi le mie membra frango,

e ogni ucel penne e ogni arbor nove foglie rimette adesso: io al solito rimango. L'uno amante con l'altro si raccoglie a l'ombre e a i fonti, a cantar con lor cetre:

io in antri oscuri piango le mie doglie; i mie' compagni son le fredde pietre e quei suspir che a mio poter restringo per men vergogna in le caverne tetre;

col fiato acceso il mio tugurio tingo e su la tincta puoi col dito scrivo o la inimica mia figuro e pingo. Dòlmi ben che di te, stagion, sia privo,

che como gli altri te goder non possa, anzi debba dolermi ch'io sia vivo. Ogni natura ultimamente è mossa: fino a li exangui insecti vanno a volo,

e io m'apparecchio a la perpetua fossa. Io credo ben tra' miseri esser solo, privo de la speranza a tempo tale che ride il cel da l'uno a l'altro polo;

e quel che fa incurabile il mio male, è che ogni aiuto e ogni consiglio sperno e che la febre mia non è mortale. Và a gli altri, primavera, e il freddo verno

resti a me dunque, puoi che cusì vòle chi si è disposto che 'l mio mal sia eterno: in questa parte più non splendi il sole, né aiuti a propagar più seme al mondo,

puoi che non sono udite mie parole; lieto, propizio e a ogni voler secondo di ciascun animale il cel si presti, in aria e in terra e al centro più profondo.

E se in angul dil cel son nembi infesti, caggian su questa tomba, e ogni disgrazia sopra Cingul pastore infausto resti, che Amor sia stracco e la Fortuna sazia.

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