Puoi che la nave mia, lasciando el porto, al vento de' suspir le vele spiega senza aiuto, speranza o alcun conforto, e di sua man Fortuna la dislega
dal lito, e il ferro leva e via la spinge, né per preghi d'Amor vèr me si piega, e timore e dolor ciascun depinge el viso mio di quel che sente el core,
che le più volte contra lui non finge; forzato son l'intrinsico mio ardore sfocar con voci amaricate e meste, ché il dolersi talor scema el dolore,
e far che le mie doglie manifeste al mondo siano, a fere, a sterpi, a sassi, e como il cor del corpo se disveste: questo cor dico, el qual con pensier lassi
per pegno do di fede, e per sua vita, a questa dea cui censo altro non dassi. O sopra ogni altra a me crudel partita, puoi che insieme col cor mio lascio quella
con chi m'avea già Amor l'anima unita! O sorte, o fato, o mia infelice stella, perché in molti anni farmi ricco tanto, per tuormi puoi in un dì cosa sì bella?
Chi darà a gli occhi mei condegno pianto, a la bocca suspir, voce e parole, che 'l mio iusto dolor ti scopri alquanto? Pietà dil caso mio dimostra el sole,
che, como vedi, tutto si scolora, e perché amò ancor lui, di me li dòle; l'erba, che a questi dì lieta se infiora, le frondi a terra tien, né verde ride;
gli arbor i fructi lor non mandan fuora; i garuli ucellin, con dolce stride, como vòl la stagion, non vanno insieme: credo che oggi ogni amante il cel divide.
Ognun como io d'amor suspira e geme: non scio se è la stagione, o s'io son solo che sia conducto a queste pene extreme; ma per compagni aver non mi consolo,
anzi il lor danno col mio insieme piango, ché chi ama, il male altrui gli accresce dòlo. Con lacrime e suspir parole frango, ch'io intendo e non scio dir che causa el male;
pur senza core e exanime rimango. Caro mi costò ben quel primo strale che Amor già saettò, di foco acceso; di sua mano impennato e sue proprie ale;
ché già per sua cagion due volte ho inteso quanto un partir da cosa amata affligge, se Amore aiusta con le spalle il peso. Dolce fu già a seguir le tue vestiggie,
ma quando senza te per quelle venni, duro fu più che a navicar per Stiggie. Per quelle un'altra volta el camin tenni, sì lieto andando per l'usata pista
che 'l si cognobbe a le parole e a i cenni: ove io mi ricordai d'averti vista, lì mi fermai, lì sopra il mur ti scrissi, chiaro como argumento di soffista.
Salendo il monte, — Qui la vidi — dissi, — qui mi parlò, qui rise, e il passo tenne, qui sopra ogni altro amante lieto vissi; qui, como avesse avute a gli umer penne,
agile e dextra si giettò sul monte; qui pur finger de irato mi convenne, quando umil, con parole e ragion prompte li mostrai il suo pericul manifesto,
che nubi sparse nel seren suo fronte; qui con acto ligiadro e modo onesto la bella man per non cader mi porse: qui fui già lieto — dissi — e or son mesto.
Qui mi ricordo che i begli occhi torse nel viso a me, che mi passorno il pecto, e a le guanze rubor per l'acto corse; quivi, al descender di questo pogetto,
mover li viddi anelando due rose, che la vista e l'odor mi dèn dilecto. Sopra quel sasso, stracca, il corpo pose, lasciata la sua patria, a lei più greve
che 'l camino, e oscurar qui vidi il sole, e in un momento una giacciata neve ci coprì tutti, insino a un vile albergo. — Se 'l cel ne pianse, un che ami or che far deve?
Ma lasso, che fo io, che indarno vergo carte di quel che alor tanto mi piacque e 'l presente dolor mi pono a tergo? Ché quante volte già se ne compiacque
la memoria a pensarli, sempre el fine gli occhi submerse in lacrimabili acque. Questo a persare è como in folte spine una rosa cercar con man la nocte,
alor che 'l verno ha più giacciate brine. Andiam pur, suspir mei, per quante grotte copron quei monti, gridando tra scogli, puoi che nostre catene ormai son rotte,
dolendosi d'Amor, che ci disciogli da cusì dolce nodo e libro rendi chi de la libertà vòl che si dogli. Tu, benché altro dimostri, io scio che intendi
che sia far libro e tenir la mercede, e se l'è bene o mal, scio che 'l comprendi. Il cor ti lascio, e io porto la tua fede, bon pegno a me, se pur la estimarai,
ché un solito a dir ver, sempre assai crede. Tu, cor mio, adunque, seco restarai; anima sciolta, e tu n'andrai errando: Dio scia se insieme giongereti mai.
Ma a te, madonna mia, prego ben, quando per caso alcun di me pur ti sovegni, getti un suspiro e dichi: — A te lo mando! —; e in questo mio partir, che tu ti degni
che la tua mano con la mia s'annodi, e d'altra mai toccar sempre se astegni; e perché al conversare, in mille modi, non volendo, un magior se offende spesso,
di penitenzia o grazia fà ch'io godi. Non servai modo teco, io te 'l confesso, a la mia fede Amor tanto ardir gionse quel dì che 'l cor te dimostrai me stesso;
ma la ragion già mai non si disgionse dal fren de l'appetito, e spesso vinse; ma con più forza Amore alor me 'l ponse e tanto inanti alcuna volta el spinse,
che in fronte il mio voler vedesti scripto; ma d'un altro color vergogna el tinse. Non è però che lei non abbia dicto quel che d'avere inteso tu mi neghi,
se non con lingua, almen con volto afflicto: sì che, se al mio soccorso non ti pieghi io non, ma cruda alcun te dirà forsi, se a aiutare un che mòre aspecti preghi.
Pur se col tempo i tardi tuoi rimorsi te affligeranno del mio longo strazio, fra te dicendo: — Errai ch'io no 'l soccorsi —, lascia un suspiro alor, che in breve spazio
mi trovarà dov'io sepolto viva, Gallia, Germania stracorrendo, e il Lazio. Alor non aspectar ch'io te rescriva, ma, inteso il tuo voler, sendo defuncto,
l'alma ritornaria, dil corpo priva. Ma tempo è ormai che a far con l'ora cuncto ritorni, ché 'l partir tanto s'affretta, ch'io posso dir ch'io sia a la morte giunto.
Dui cori in un diamante e una verghetta, oltra a molti altri tuoi cortesi doni, porto, e al mio collo una catena stretta: puoi che in sì dura pietra ambi i cor poni,
ferma con loro ancor tua casta voglia, che per grado d'alcun non mi abandoni: che, se 'l nodo iugal gode la spoglia, la voluntà del libro arbitrio sciolto
goda io, che morte ancor non me la toglia. Dal dì che Amor mi stampò in cor tuo volto, io te 'l donai, se ben no 'l dissi alora, né mai dappoi ti fu né ancor fia tolto.
Teco non posso ormai più far dimora: a questo dire adio mancano i sensi, la lingua cade e il volto si scolora. Resta che, s'altro vòi da me, tu pensi
e presto el dichi, perché il tempo vola, accioché inutilmente no 'l dispensi. A dirti non ho io già una cosa sola, ma molte, e quante io ne potessi dirti,
eccole dicte qui in una parola; io nacqui e vivo sol per ubidirti.
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