Sì tosto como vider gli occhi mei la littra, che la man tremando aperse, e intesi ove per me conducta sei, ninfa gentil, la lingua non sofferse,
legerla sino al fin, ché ogni vigore ogni possanza sua l'anima perse. E udendomi da te chiamar signore, che umil servo ti son, lasciai cadermi,
e credo in quello a te volò il mio core. In me tornato, io incomminciai a dolermi, non d'amor già, ma de la mia fortuna, che ormai la rota sua per me non fermi:
s'io ebbi mai da lei percossa alcuna, nel pianto mio, che fu un giorno e la nocte, tutte le contai meco ad una ad una. Puoi solo intrato in una oscura grotte,
de la spata, per far foco, un focile feci, e con quella ho mille pietre rotte. Puoi, una scorza presa e in mano un stile, quel che qui trovarai, ninfa, legendo,
scrissi, e ti prego non lo tenghi a vile. Per questa in prima a te le grazie rendo, che a la fatica de la man conviensi pel scriver che tu di' che fai morendo:
quella parola mi levò sì i sensi che, exanime rimasto, i spirti errando andorno, e dove, io scio ben che tu 'l pensi. Tornato in me, ch'io non scio como o quando,
la mano e il cor composer le parole che in questa carta vil scripte ti mando. Como la vedua tortorella suole, non acqua chiara più, non verde ramo
cerco, e la voce mia sempre si duole; per questa selva ove abito, ti chiamo, e sei sì nota già, che Ecco dolente ti noma spesso al fin del suo richiamo.
Se mai fu' vago d'abitar fra gente, or le spelonche solitarie trovo ove d'ucelli el canto non si sente; qui un giorno integro sto, ch'io non mi movo,
che altro cibo non cerco che radice; puoi, s'io dormo, vederti in somno provo; s'io el posso far, mi reputo felice, ma il più imagine morte, ombre e spaventi
mi sveglian sì, che puoi resto infelice. E, desto, in compagnia son de serpenti, odo urli e stride di fere rapace, la selva conquassar da orribil venti;
tutto il riposo, tutta la mia pace è a te pensare, e al mio presto morire, ché senza te più vita non mi piace. Quel giorno ch'io disposi qua venire,
la tua epistola gionse al patrio nido: chi la portasse là, no 'l sapria dire; un de' mei servi, il più segreto e fido, presola, su un trivio mi prevenne,
e, vistomi, chiamommi con un grido. Per andarmi a imboscar, qui convenne ch'io capitassi, e lui visto lontano, tremito al core per timor mi venne;
a la littera puoi porta la mano, el servo rimandai non senza pianti, che 'l viaggio mio forsi gli parve strano. Io me ne andai con quella tanto inanti,
che senza esser d'alcun visto, l'apersi: suspir da me mai non usciron tanti! Lecto ch'io ebbi quei tri primi versi, io te l'ho dicto già (resta altro a dirti?)
la vista, el senso e ogni mia forza persi. Qua mi condussi, e sol per ubidirti la vita tengo, ma al suo fin ben presso, ché già comminciano a mancarli i spirti.
Di questa mia non scio chi serà il messo, ma pria che sotto il sasso il corpo serri, la scripta scorza in viminette tesso. Se in questa selva a tagliar querce o cerri
alcun forsi verrà, che quella veggi, al soprascripto non credo io che l'erri, che in quelle regie corte, a quei gran seggi non la presenti, e che ognun non cognoschi
che venghi a te, e tu sola la leggi. Se non avranno ingegni più che foschi, cognosceranno a la scorza chi scrive e ch'io son vivo e abito ne i boschi.
Forsi che alcun dirà: — Puoi che ancor vive il misero, fia a tempo assai il soccorso! — ché pietà pur conviene a l'alme dive. Ma se avranno pur cor di tigre o d'orso,
le tue compagne almen farò pietose, ché altro non bramo, puoi che al fin son corso. Credo, se intorno ho qualche fere ascose, pietà n'avranno, perch'io son pur certo
che provano ancor lor puncte amorose. Da gli alberi e spelonca ivi coperto, non scio se è giorno o nocte, ora non conto, ma data è questa littra nel deserto:
promptissimo è il mio spirto, se 'l tuo è pronto, a venir teco a fruir bene o male, e con summo piacer già al fin son gionto: ingrato mondo, ingrata corte, vale.
Cookies on Poetry Cove