Morendo, una umil serva, al suo signore, o dolorosa epistola, ti scrive, non potendo lei dirgli il suo dolore. Ma se legge amorosa non prescrive,
quel cor che gli diè Amor, quel gli dirai che è il suo, ma in corpo morto el miser vive, perché, dal dì che partendo io el lasciai (o sopra ogni altra dura dipartita!),
di membro alcun non mi sentì' più mai: sol la lingua e la man han tanta vita quanto basti in te scrivere i mie' affanni e como un bel sperare m'abbia tradita.
Tu in un suspir gli portarai quegli anni ch'io dovea viver seco, e farò fine a le insidie dil mondo, a i falsi inganni; se ben forsi di qua dal mio confine
mi fermarò, senza passar più inanti, gli piedi al men non sentiran più spine. Non guardar, littra, che scrivendo io canti, ché s'io lasciavo in te tutti i mie' casi,
a pietà mosso avrei sassi e diamanti. Scripto era in te (tu 'l sciai) como io rimasi drieto al stratio crudele, e como io vissi (ma puoi, per non fallir, sùbito il rasi);
como qua venni, e bisognò ubidissi, gli oltraggi a torto ch'io patì', e sustenni dal dì che sua per voluntà me dissi; como accusata al paragon mi tenni,
e un tempo bisognò starli sì longi che più volte con Morte io mi convenni. Però, epistola mia, se mai tu 'l giongi, digli che l'alma el trovarà ben presto
e che già il spron d'amor par che la pongi. Scio ben quel ch'io faria, se fosse onesto; ma puoi che a me l'arbitrio e in tutto tolto, tu và facendo il mio mal manifesto.
Alora ch'io serò spirto disciolto, io potrò almen seguir per ogni parte, se bene il corpo qui serà sepolto. Vui, versi scripti di lacrime in carte,
del miser stato mio fatigli fede in questo puncto che l'alma si parte: sul limitare ella ha già posto il piede per far con lei tutti color contenti
da i quali il nostro mal causa e procede. Amor, se bene il mio morir consenti, non però incolpo te, ma te sol prego che ove tu sciai quest'anima apresenti:
se voluntaria ben da me la slego, al servizio ove già fu destinata in sempiterno a quel servir la lego; o sia a l'inferno o sia in cel iudicata,
pur che tu tenghi, Amor, vive le piaghe, in ogni modo lei serà bëata. Non più d'erbe, d'incanti o d'arte maghe soccorso aspectan le mie ardenti voglie,
ma Morte sol de i suoi desir le paghe: quella può ben trïunfar de le mie spoglie, ma el voluntario arbitrio ha stretto un nodo, che Fortuna né Morte no 'l discioglie.
De quanti in mente io n'ho rivolti, un modo ritrovo solo a uscir di tante pene: questo è ch'io mora, e già dil morir godo. Basta che 'l corpo tanto l'alma tiene
che gli fa noto ogni suo affanno a puncto e como a lui libera e sciolta viene; se ben l'è inferma, il spirito, che e prompto seco riposarà, ché altro non brama,
e di la carne più non si fa cuncto. Littera mia, tu mi darai ancor fama se, per fede observar, vita abandono, ché onore acquista assai chi fidele ama.
Qui, per far fine, a ognun chiedo perdono e dollo a chi m'ha offesa, e le mie pompe e vane veste a le compagne dono. A chi per me più in lacrime prorompe
ricommando il mio onor, che assai più extimo che questa spoglia vil che si corrompe, che, qual si fosse a darmi infamia il primo che a altro che a onor il nostro amor s'extenda,
o a vizio qual non scio né ancor l'exprimo, per me la causa iustamente prenda, e, visse insieme in un pudico tempio, di me con l'altre testimonio renda.
Puoi ciascuna, da me tolto l'exempio, un suspir getti, ché altro non dimando, sì che 'l senta colui che è a me tanto empio, che doppo la mia morte ripensando,
sé stesso accusi aver dato a duo servi, per amare, a l'un morte, a l'altro bando. E qual più grato gli è di mie' conservi, el preghi, in premio de' mei giorni persi,
d'un sepulcro che l'ossa mie riservi; sul qual vorei che fusson questi versi, ma sculpti ancor più voluntier su un sasso, che longamente potesson vedersi:
— Qui una dongella el corpo carco e lasso de affanni e pene, innumerabil some, serra, per far l'alma più leve al passo. Non cercar, tu che legi, causa o nome. —
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