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1450–1508

357

Niccolò da Correggio

Sul puncto extremo l'una man ti scrive, l'altra il coltello avenenato stringe, ché più desir di vita in me non vive. E già pallor di morte il volto tinge,

la voce forma le parole appena, la lingua con fatica fuor le spinge; la bocca, che fu già di suspir piena, più non respira, e gli occhi senza umore,

e congelato è il sangue in ogni vena. Bruciato e spento e già in cinere è il core, i sensi tutti persi: o caso strano! vego morirmi, e non sento il dolore!

Tanto me è dato mover questa mano, che tutti i casi mei ti faccia noti, se ben l'affaticar forsi fia vano. Io non ti cerco medicine o voti:

morto ch'io sia, mi basta che, pentita di tua durezza, il pecto ti percoti, dolente dichi: — Dar non volsi aïta con un dolce occhio, a un servo che moriva,

e per mia crudeltà perse la vita! Quanto più, d'amor stretto, mi seguiva, ed io, per tante mie bellezze altiera, qual nebbia al sol, cusì da lui fugiva. —

Ch'io non dubito già, inospite fera, che non ti penti ancora, e con misura al mio sperar non iusti la statera, e al mio strazio e al tuo onor ponendo cura,

non getti per pietà qualche suspiro, ché un caso estremo atrista la Natura. Se questo advien, quest'anima ch'io spiro lieta rivederà la spoglia ancora,

se ben la man da offendermi retiro, ché in questo scriver voria far dimora, ma già mi sprona la invocata Morte, che, avendoglil promesso, vòl ch'io mòra.

A contrastargli ormai non son più forte: la possessione ha lei d'ogni mio senso, e a ogni rimedio ho già chiuse le porte. Né a Amor né a te non chiedo più compenso;

i tristi augurii ch'io mi vego inanti fan ch'io m'asetti a questa dea dar censo. Da me pigliati exempio, o vani amanti, non creder troppo al ben servir con fede,

ché riso ho seminato e colto pianti. E se forsi qualcuno a me non crede e le fatiche in questi campi spenda, presto saprà che sia chiamar mercede.

E perché del suo error qualcun se emenda, crudel donna non dico, ma mia stella qua mi condusse, e vo' che ognun l'intenda; e se fra il vulgo alcun di me favella,

scusa non ne aspecto io, ma infamia eterna, ché a uno infelice il mar sempre è in procella. Questo consiglio prego non si sperna: la man prima che 'l piede inanti spinga —

quel che va dove l'occhio ben non cerna. Non credeti a ciascun che vi lusinga; questo ve insegno: ognun chiuda l'orecchi, se troppo dolce canta la Siringa;

alcun ne le speranze non se invecchi; di gran promesse è meglio un poco effecto: ciascun che vòle amare in me si specchi. A te ritorno e a quel che a gli altri ho decto:

per tua infamia non è, ché ancor te onoro e onorarò sin nel funereo lecto; anzi da te, mia dea, morendo imploro l'eterno vale, senza il qual securo

non andarei né a l'un né a l'altro coro. Se potesti veder l'aspecto oscuro, non credo già di questo mi mancasti, se ben tuo core in me fu sempre duro.

Ma questo solo a le mie pene basti, che se mai vedi il mio sepulcro al tempio, su quel ti fermi e abassi gli occhi casti: scio ben che 'l cor, che stato me è tanto empio,

mandarà a gli occhi al men due lacrimette, al mio strazio pensando, a crudo scempio. Se questo impetro, quest'alma promette di non chieder più grazia e star contenta

e non chiamar di te mai più vendette. Serà pur segno che quel cor si penta, e di morte dolrommi che me uccida alor che ogni durezza era in te spenta.

Rimanti in pace, o mia dolce omicida; questo epigramma, morto el corpo lasso, dirà como da l'alma el se divida; sculpto rimanghi in qualche duro sasso,

che sempre il mostri al seculo fallace, e firmar faccia a chiunque passa il passo: — Un che amò troppo in questa tomba giace; como sia visso al mondo non si dice:

basta che morte fu sua eterna pace. Chi gli ne diè cagion viva felice. —

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