Quel che in presenzia io non fu' ardito dirvi, la mano absente, astretta dal dolore, presume adesso in carte discoprirvi. Se questo forsi a me fia scripto errore,
d'esservi stato paüroso inanti, scusil chi scia che 'l temer vien d'amore: non sia alcun che mi biasmi o che mi vanti che 'l mio tacer sia stato bene o male,
s'el non è de la scola de gli amanti. Se un cambia vita al claustro monacale per l'abito, più diè cambiar natura quel che è ferito d'amoroso strale;
se un vile è audace, e uno ardito ha paüra, a lui non sta, ma a quel signor che 'l regge, che in un puncto smarisse e puoi asicura: lui sol l'error di suoi menda e corregge.
Cusì ancor farà in me, s'io tacqui e or scrivo, perch'io sono animal de la sua gregge. Il dì ch'io fui di vostra vista privo, fui privo in quella tanto di mie' sensi,
ch'el si può dir ch'io parlo e non son vivo. A chi assai perde, assai dolor conviensi: gran cose ho perso, e sol per ch'io ve 'l dica, la vita (non per altro) in me mantiensi.
Chi legerà de i versi la rubrica, chi li manda e a chi vanno, e ch'io sia absente, a iudicarmi non avrà fatica; questo scio ben, che ciascadun consente
che l'esser servo a vui, sia el magior stato che aver si possi nel secul presente. Se questo a me fu già per grazia dato, e che d'esserne privo ora mi doglia,
scriver non mi si diè tanto a peccato: disio di gloria è ragionevol voglia col mezo di virtù: chi a questo manca, è como bestia sotto umana spoglia.
Quel che per acquistare onor si stanca a servire e a patir tormenti e affanni, può dir che senza fructo il pelo imbianca; perché, se un servo ha puoi consumpti gli anni
servendo, el sta al signor farlo contento di magior don che de onorati panni: el bon retributor dà per un cento, e in fin fruir se stesso: questo bramo,
e non l'avendo avuta, io mi lamento. Felicità questo fruirvi chiamo, il starvi ognor con vostra grazia apresso, né andar como uno ucel di ramo in ramo:
pur questo mi doveva esser concesso, questo in vui stava, e il pascermi la vista non vi noceva e non vi era interesso. Tanto il mostrarvi in me fredda or m'atrista,
che spesso dal dolor la mano è spinta de' disperati seguitar la pista; e la ragion seria già stata vinta dal gran dolor, ma per non tòrvi un servo
la spada mia non si è di sangue tinta. Io che non son se non pelle, osso e nervo, non curo vita più, ma uscir di pene, ché s'io vivo, per vui sol mi riservo.
Più dolci e grate a me son le catene vostre, che libertà in ogni altro loco, ché in servir vui consiste il summo bene. Ma che dico io? di che mi piglio gioco?
scherzar con morte su i passati giorni e il tempo perder, che è oramai sì poco? Però al dì del partir convien ch'io torni, quando sul limitar dil bel cubile
la man mi desti con sembianti adorni, e ch'io vi viddi un ferro sul fucile che a l'arder mio non vi scaldasti puncto, né al chiedervi licenzia in acto umìle;
e quel che più dolor m'ebbe puoi gionto, fu il licenziarmi con un dolce riso, mostrando dil mio andar non tener cuncto. Questo fe' che da vui in tutto diviso,
per non vedervi più, inanti el partire, ombra di morte me dipinse il viso: non potea al dimandar di tanti dire il mio dolor, né ancor gli l'avria decto,
ché mal non sta chi può dir suo martire. Al mio tugurio gionto, intrai nel lecto per pianger meglio insino al matutino le mie disgrazie per l'altrui diffecto;
ma puoi che a l'alba io fui tanto vicino che a pianger non potea più far dimora, mi levai per pigliare il mio camino; e prima che di casa uscissi fuora,
tre volte caddi inanti a le mie porte, puoi montando a caval ricaddi ancora. E cusì suspirando la mia sorte, pria che de la cità trovassi uscita,
errai per mille piazze e strate torte. Pur da l'amata terra io fei partita con tanto affanno, ch'io el scio ben, che 'l provo, che più no 'l potria aver restando in vita.
Cusì ne venni qua, dove or mi trovo mille volte rivolto in quella parte ove Amor mi submisse il collo al giovo; qui vivo e appena ho più di viver l'arte;
a nessun parlo, e sol ne vado errando, se non quanto a vui scrivo o pingo in carte. Questa epistola rozza ch'io vi mando, di lacrime macchiata, farà fede
che di notte la scripsi e lacrimando: lei altro per mia parte non vi chiede se non ch'io sia raccolto in quella grazia che suol d'ogni infelice aver mercede.
Goda Fortuna puoi, che ognor mi strazia, che dil vostro favor poca ombra sola mi farà forte in fin ch'ella sia sazia. Da i mei suspir portata, o littra, vola
ove tu sciai che mi fu facto torto; a madonna dì sol questa parola: che gran miraculo è ch'io non sia morto.
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