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1450–1508

353

Niccolò da Correggio

Non era quasi ancor l'alma disciolta dal corpo e posta in questa eterna sede, ove ancor la vedrai più d'una volta, quando, simile ad un che in specchio vede,

nel divin volto vidi il tuo dolore, al qual morendo non die' in tutto fede; e udì' dolerti dil tuo vil timore d'avermi abandonata in quel mio caso,

che, se possibil fia, mi crebbe amore. E il dubio che in quel fin me era rimaso che vane fusser state tue parole, fu in un momento cancellato e raso;

alor, como beata anima suole, a modo mi mostrai d'un che si doglia, ché qui non è passion, né alcun si dole. E se in me fu mai di piacerti voglia,

vincta da tue delizie, offerte e doni mentre ebbi l'uso de l'umana spoglia, mi parve alor tra serafici troni irradïar di foco, e più in te exarsi

quanto più carità regna tra i boni. E l'affecto magior che ad un può darsi, fu dato a me, puoi che al tuo amor pudico, viva, i meriti mei furono scarsi;

e per conforto tuo più ancor ti dico, che qua su ne verrai, e serem visti insieme conversar con modo amico. E sappii: quanto più al dolor resisti,

lasciando quel che fu vil terra e polve, tra celeste alme più di grazia acquisti. Bellezza como il fumo se risolve, non sol per morte, ma vivendo ancora,

ché ogni cosa creata se dissolve. Un prato al matutin tutto se infiora, sul mezzo giorno langue, e puoi la sera, arrido e brutto, al fin convien che mòra;

sul far del giorno, ne la primavera, da te fui vista, e un'altra man mi colse, che mostra ben che invan là giù si spera: un suspir breve ogni mia forma tolse,

la terra al globo andò, l'anima al celo, como Natura e divino ordin volse. Se più inanti per or non ti rivelo, questo ti basti, e puoi lascia i tuo' pianti,

ch'io vivo, e teco vive ogni mio zelo; e mi riserbo in mente ancora quanti doni ebbi mai da te, quei ch'io ti resi per non avere infamia in fra gli amanti.

Quante volte fugendo ti ripresi, tutta via ardendo, e ben cognosco adesso che con quelli acti più d'amor te accesi. Quante repulse diedi a più d'un messo,

e quando puoi te vidi a quel tugurio sol per poter parlarmi più da presso! E ancor dirò, se ben forsi io te ingiurio: quando il capo di morte e la corona

mi desti, io el tolsi per mortale augurio, ma cortesia, che gli animi impregiona, tanto mi te obligò, che tua divenni, ché la victoria è de chi largo dona.

Pur tanto di ragion nel cor mi tenni, che in quel dandoti loco a pacto onesto, per salvarti la vita io mi convenni; riserbato l'onor, ti diedi il resto,

e tuo serebbe ancor, se non che Morte invida al commun ben, te 'l tolse presto. Scio ben che hai biastemato la tua sorte non ne sapendo più; ma io ti fo certo

che ordine fu di questa excelsa corte. Se ebbi mai dubio, adesso vego aperto che pena e premio, benché si prolonghi, pur a ciascun si dà secondo il merto.

Parratti forsi che 'l mio dir ti pongi, ma questo ponger te fia presto sano, ché medicina è a far che ti compongi; tutto il discorso che fa il senso umano

non recto al cel, ma per lascivie e pompe, con danno infamia porta, e il tutto è vano. La tela a Aragne piccol vento rompe con gran suo studio facta, e il tempo ha perso:

cusì umana opra il cel spesso interrompe. Non starà sempre il tuo spirto submerso ne la vil carne, anni vil terra e luto, e però a quella non andar più a verso.

Ciascun disposto è qui per darti aiuto, io per me quella son che esser ti soglio, ché più dal casto amor io non mi muto. Più alcun mio merto ricordar non voglio,

né render grazie a i tuoi, che pur fur tardi, ma ogni acto tuo, como lo excusi, lo toglio; dirò sol questo, che se al ver risguardi, non credo che di mente mai ti cada

uno acto che diè far che in me sempre ardi: ch'io exposi il collo a la fraterna spada, per te morire intrepida ed ardita, netta d'infamia, di che ancor m'agrada;

puoi quando, non per conservar la vita, dovendo esser con gli altri a i campi exposta, senza te volsi far da' mei partita. Non acceptasti l'offerta proposta,

che per timor credetti alor che fosse, ma dubio alcuno al vero oggi non obsta. Per questo le cagion tutte rimosse sono dal creder mio, né ti conviene

più per vergogna far le guanze rosse, ché tutto quel che a uno amante apertiene, per me facesti, e me son tutti noti i tuo' longhi suspir, le acerbe pene;

veggio qua scripto i tuo' promessi voti la barba che tu porti, i panni oscuri e il pianto che tu fai in lochi remoti. Ma che bisogna piu ch'io te assicuri?

Dal tuo fido compagno intenderai quel che udì dirmi con affecti puri. — Raccomandami — dissi — a quel che sciai — e dicto questo, il corpo in terra stesi,

puoi con la voce l'anima spirai. E in un momento dov'io sono ascesi, e dove, senza altra notizia darmi, quel che di te volsi sapere, intesi:

vidi la pira che di bianchi marmi fabricar te disponi, e non mi spiacque, ma voria che gli fosser questi carmi: — Quella che morta in instanti rinacque,

lasciando in terra le terrestre some, visto il mio casto amor, se ne compiacque. Io qui le serbo. Ippolita fu il nome.—

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