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1450–1508

352

Niccolò da Correggio

Chi navica per mar con troppo vento, benché propizio sia, sempre è in fortuna, ché ogni troppo nel fin suol dar spavento; e a chi talor costei par più importuna

per contrariar suo viaggio, a quel più giova, ché in porto il tien senza paüra alcuna. Però chi ha lei in extremo, non si mova, ché a contrastarli alcun non può esser forte,

ma poco dura, e io ve 'l scio dir per prova. Molti invidi già fe' mia lieta sorte, ché altri invidiavon quelli e io lor sprezzava: invidio or quei che son conducti a morte;

e quel che più nel mio dolor m'agrava, è che, se bene il mio gran danno io piango, l'infamia il pianto mio puncto non lava. Mia speme è morta, e io vivo rimango

che morir dovea seco: ecco la nota che mi dà biasmo, e per che il cor mi frango. Dunque, chi siede al summo di la rota, tanto di questa dea non si confidi,

che ardisca andar per mar senza pedota. Qual che tu sii, che nel suo gremio ridi, spècchiati in me, che nel magior favore che avesse om mai pur dianzi essermi vidi:

la causa dil mio mal fu un vil timore che mi tolse l'ardir, l'animo e i sensi, contro le leggi a nui date da Amore. Pentito, presto a i sùbiti compensi

mi volsi per salvar col corpo l'alma: non valse; e chi ama il mio dolor si pensi. Carca de fior, la mia inserita calma perse l'umore, e a la radice tolta,

fu data a Iove per fiorita palma. Ove la spoglia sua restò sepolta, invan la chiamo e piango, e forsi ha sdegno ch'io la schifasse inferma e non mi ascolta;

e se m'ascolta, assumpta a un più bel regno, forsi il mio stato sperne, e in fra sé dice: — Quanto era il miser di fruirmi indegno!— Ma io credo ancor che, se a un beato lice

serbare il casto amor, lei, che 'l cor vede, perdona ed ha pietà di me infelice, e vede ancor, se a lei non dricciai il piede nel suo mal contagioso, pur soccorsi,

ma al mio signor non potea romper fede: le medicine di mia man gli porsi, la confortai, la consigliai, gli offersi. Pur mi partì, che puoi le man mi morsi.

Non scio qual abbia più di me a dolersi, che per serbare un vil corpo di terra, un celeste tesoro, un'alma persi. Cusì foss'io con lei vivo sotterra,

per far vendetta dil mio senso frale, che col mondo e col cel m'ha posto in guerra; e se non che biastema in lor non vale, voria venissero in confuso ancora

gli elementi e le stelle a fin di male; e se Iove o Saturno più se adora, qua giù venisse al basso in precipicio, e meco ognun fosse infelice a un'ora;

cessasse il sol dal natural suo officio, lasciando a l'acqua il fren quel che 'l corregge ch'el se inondasse ogni montano ospicio, e più natura non servasse legge

al produre, al crear, e andasser vòti omini, ucelli, pesci, armenti e gregge, puoi che fur vani a sua salute i voti, digiun, peregrinaggi, offerte e preghi

a' sacri templi, a' mie' sancti devoti. Ogni altro bramo dal suo amor si sleghi, o per morte o per sdegni, e pietà spenta sia, a fin che sempre il cel grazie deneghi,

pur che in te, beata alma oggi contenta, continuo per me viva, e i preghi ascolti di un che per esser vivo or si lamenta, ché a te i pensier di lui tutti son volti:

supplica a te, da te salute aspecta, per te i suo' affanni gli ponno esser tolti. E puoi che al cel tu sei per grazia ellecta, impetra che là su possa seguirti,

ché altro non vòle e più non li dilecta. Altro non scia né può né intende dirti, se non ch'è tuo, e tu sciai ben ch'el t'ama, che 'l tutto intendeno i beati spirti.

Più non può farti ormai che darti fama: questo non mancherà; puoi la tua tomba visitarà, dove il tuo corpo il chiama; pregarà ognor che ogni osso in pace comba,

fin che l'alma di lor sia rivestita al dì nuptial de la celeste tromba. Uno epigramma puoi, l'arca finita, ti lasciarà, dove ognun farà certo

ch'el t'ama morta ancor, s'el t'amò in vita; e se loco saprà che sia deserto, abitarallo per fugir la gente, non per aver di penitenzia merto.

Tutte le sue delicie in un presente donarà al foco e indicio manifesto farà che d'esser nato ancor si pente; di quanto già fu suo, chiede sol questo:

inchiostro, carta e penna, acciò ch'el scriva de i pochi giorni suoi quel che fia il resto. E se per caso amante mai lì ariva, veda quanto può amor: che un tenga morto,

il dispecto di morte, a ben ch'el viva. Questo, Ippolita, fia sol suo conforto, che più non lo vedrà il seculo ingrato, puoi che in lui ricevuto ha un tanto torto.

Qui faccio fine, dal desio chiamato di seguir quanto è decto, e più mi piace quanto più, morta te, vivendo pato. Riposa adunque, alma beata, in pace,

e in pace posi la formosa spoglia al celebrato loco ove ella giace; e io fra tanto farò como un c'ha voglia di fabricar la casa, e non gli ha modo,

che in mente quel piacer convien si toglia di vederla finita insino a un chiodo: cusì mi vedo anch'io col pensier fermo teco or, dov'io serò, sciolto il mio nodo;

ma in un momento puoi mio corpo infermo rüina, e ben che 'l spirito sia prompto, dal suo giusto dolor non può far schermo. Di questa carne più non mi fo concto,

e se qui intorno sono orride belve, pascansi pur, ché, puoi che a tal son gionto, voluntier vado ad abitar le selve.

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