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1450–1508

350

Niccolò da Correggio

Silvia a Tirinzia, sua fidel compagna, senza salute, epistola, ti manda, ch'ella per sé non l'ha, ma in te si lagna; per te una grazia Silvia gli adimanda:

che, lecta che te avrà, ti cassi in modo che vista mai non sii più in altra banda. Digli che tanto vivo e tanto godo quanto a lei scrivo; che finito quello,

torno a i suspiri, ed io stessa mi rodo. Non è rimaso in la selva arborscello che già non senta dal mio pianto umore, sì che 'l bosco per me facto è più bello;

né più procede il mio pianto d'amore, ma da questa crudele empia Fortuna che par che a offender me s'acquisti onore. Ninfa non è per queste piagge alcuna

che umil per me non porgi a questa preghi; ma più ch'ella è pregata, è più importuna. Non mi doglio io che 'l suo favor mi neghi, ché cosa al mondo non è più ch'io brami,

ma che l'arbitrio mio me in vita leghi: per lei convien che d'Amor mi richiami, ché, per nodo iugal d'arbitrio priva, forza è per l'onor mio che un nemico ami.

Il dolor non consente ch'io gli scriva di questo i casi mei, ma io stessa admiro, quanto più penso al stato mio, ch'io viva: l'abito facto fa ch'io non mi adiro

né incrudelisco in me como io potrei: sol per salute del mio cor suspiro; non vo implorando aiuto ad altri dei, né vo cercando maghe, augurii o incanti:

basta nel pianger dir tal volta omei. Per non vedermi quel crudele inanti, preso ho l'exilio in queste alpestre rive, in compagnia de più infelici amanti.

— Silvia — dirai — lì sconsolata vive — e se la causa ben iudichi e pensi, l'è assai più giusta ancor ch'ella non scrive. De le sue vesti più pezzo non tiensi,

squalida in vista e rabufato il crine, iudicata da i più fuora de i sensi, del monte cerca o spelonca o ruine, in lito al mar va risguardando i scogli,

per le solinghe selve e zerbi e spine; e benché questa vita aspra gli spogli la forma e i panni, non però dal pecto Tirinzia sua può far che se li togli.

Da lei absente, digli ch'io m'ho ellecto tesser de' gionchi e far di scorze tele, sopra le quali io pingo ogni mio affecto; vivo d'erbe e talor de favomele

e vo cercando spiche in fra le paglie fin che altro vento spiri a le mie vele. Di secche avene tessomi ventaglie, cinti e cordoni e di vimine cesti,

perché ocio il bon pensier non mi travaglie; e a fin che l'opra qui morta non resti, una teco ne aligo e a lei la dono perché il mio fermo amor li manifesti.

Se è vil presente, io li chiedo perdono: l'arida estate i fructi e ' fiori ha tolti, né alcuno ucel fa nido qua ov'io sono. Godi, se gode, e se ella dolsi, dolti,

ché altro non scio, perché omo in questa parte non vien per gli aspri monti e boschi folti. Perché a lei giongi, ho ritrovato un'arte: scriverti a questo antico cerro sopra,

ché cortice non voglio e non ho carte, e perché fuor de gli altri el se discopra, taglio la selva intorno, acciò chi 'l trova lo porti al piano, a fin di far qualche opra:

visto il suo nome, a lei per cosa nova presentato serà. Puoi, un'altra volta, per scrivergli, tentar voglio altra prova. Digli: — In la grotta ove è viva sepolta,

Silvia riposta aspecta, e un'opra cresce per te, dove ha la sua vita raccolta; e se l'effecto al suo pensier rïesce, gli affanni ch'ella non ti scrive in questa

vedrai, e quanto senza te gli incresce; e per non te esser più nel dir molesta, fa fine al scriver, più non parla, e tace, ma non però da i pianti e suspir resta.

Dolce Tirinzia, el cel doni a te pace.—

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