Se 'l tempo il mio dolor non scema in parte, natura né ragion gli hanno più loco, e non trovo al mio mal rimedio in carte. Biastema un giocator, se perde al gioco;
mal dice un servitor d'ingrata corte; suspira quel che è in amoroso foco: e cusì per più vie, per varie porte al tribunal suo li infelici accoglie
la ministra Fortuna, al vulgo sorte. Un va al deserto a viver d'erbe e foglie; un cambia vita col cambiar de' panni; un più audace talor vita si toglie;
a un altro basta racontar gli affanni a lei per lei sofferti; a un altro spesso accrescer disperato danni a danni, un se è tal volta in mar su un legno messo,
stimando il morir longi assai men male che il viver sempre al suo dolore apresso. Ma questo racordar, lassa, che vale? Panni cambiar non posso, errar non giova,
Morte mi niega il suo colpo fatale, anzi tante arti al mio viver ritrova questa nimica mia crudel Fortuna, che andando a morte, el par ch'io mi rinova.
Questa mi tolse da la prima cuna al crudel pecto, e de alactarmi finse, ma alor ch'io parea sazia, er'io digiuna; monile al collo e laccio d'or mi cinse,
ma nel cinger serrò sì forte il nodo, che ancor mi dòl là dove ella mi strinse; e sempre in me serbò l'empia tal modo, che se mi vo' doler, par ch'io abbia il torto:
la gemma in fronte, e nel cervello ho il chiodo. Son quello ucel che fa le penne morto pur secco è tutto: io fuor dimostro i fiori, e dentro el pecto mio le fiamme porto.
Per mille spalle ho some, e ho dolori per mille menti, e lacrime e suspiri per più assai de mille occhi e mille cori; ove si voglia ch'io mi volga e miri,
in donna di sua fede integra e pura non vidi mai simili a i mie' martiri. La veste scura, e parte più che oscura, che mostra affanno, sopra affanno vesto,
perché mia vita è più che morte dura: con questi modi il dolor manifesto e nulla temo perché nulla spero, ché ciò che il secul dà, lo stimo un presto.
Ogni supplicio mi parria legiero, pur che a quella crudel me approximassi, che ad arte mi prolonga il colpo fero. Morte, non vòi che ad altra vita io passi,
perché, morendo in su questo vigore, a pianger moveria gli alberi e i sassi, e como invida sempre a ogni mio onore, de l'arco levi la crudel saetta
e a corso de anni mi prolonghi l'ore! Ma io farò ben, che venirai constretta s'el non mi mancarà ferro o veneno, e io serò pianta e tu alor maledetta,
perché, in questa mia età venendo a meno, chi canterà, chi scriverà il mio fine, e il secul di pietà si vedrà pieno; ma s'io giongessi al natural confine,
ognun diria debitamente: — È morta che già cadute eran su i fior le brine. — Però non serai, iniqua, tanto accorta: prolonga, se tu sciai, questa mia vita,
che a voglia mia non me la faccia corta. Ma in fin che un'opra ancor non ho finita a onta di Fortuna e a tuo dispecto, l'alma dal corpo non farà partita:
alor ch'io avrò nel solingo ritretto depincti i casi mei, verrò contenta, ch'el si vedrà qual fu, viva, il mio affecto. Silvia sola vorò, puoi ch'io sia spenta,
che abiti quello mentre serà viva, ché d'ogni mio voler lei si contenta; puoi gionta dove ogni mortale ariva, questa sentenzia ponga in quattro versi
e di sua man, dove li par la scriva: — Tirinzia qui non vòl che alcun conversi, che dil suo conversar non se ne penti, se di Fortuna e Amor non vòl dolersi.
Miseri, intrati: usciti vui, contenti.—
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