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1450–1508

313

Niccolò da Correggio

Perché longo è il camino e il cibo poco, con el corpo lasso a traversar queste diserte arene, convien ch'io affretti el passo,

e più, che a sera il sol si fa vicino, che seco porta la mia stanca spene. Ma il timor, che 'l desio prompto mantiene, ritarda el bon voler che ognor mi sprona

e mi fa a forza ralentare el corso: cusì el stimulo e il morso provo, e non scio per qual più mi dispona: l'un sforza e l'altro aletta;

pur di ciascun mi par la strata bona, ond'io non scio per qual sentier mi metta, né qual dei duo miglior fin mi prometta. Tutti i pensier del core,

che non scianno altro imaginar che male, lascian la speme e abbraccion la paura, e ragion non li vale, ma cadon sempre d'uno in altro errore,

perché non han de la salute cura. O difficile impresa, o pena dura, che disposto sia Amor far di me prova quando l'albero è già senza le fronde!

Ahimè, ch'el non risponde el fine al suo principio, e non si trova agiuto a tanta impresa e ognun non è l'ucel che si rinova:

onde fra dubii questo più mi pesa, che render non mi scio, né far diffesa. Dal dì che mi fu lecto el scripto in fronte ch'io portai nascendo,

che mi dannava a tormentata vita, stentai; e pur mo' intendo el premio che affannando al fin m'aspecto, e che forza ha chi mi promette aita.

Per ogni extremo l'om sempre s'adita come vego a me farsi; e benché nota la causa sia, voria ingannar me stesso; ma a forza pur confesso,

tacendo ancor, che de la impresa io temo, como in volto si vede ch'io impallidisco e puoi m'infoco e tremo, e perché el dubio da ragion procede,

a promessa che sia non presto fede. Ben scia ch'io scio ch'io erro a riguardarmi nel camino adietro, ché ralenta el vigor che via mi mena;

ma da me io non impetro tanto forzarmi, ch'io non sono un ferro, né stretto ho il mio voler sempre in catena. Quando el piacer aguaglio con la pena,

vo inanti, e puoi, quando el pensier dà volta, mi fermo, e cusì vo da giorno a sera; e s'egli advien ch'io spera per qualche imaginar falso e deluso,

el timor che m'offende exul mi tien da ogni speranza e excluso, e se di troppo ardir l'un mi riprende, questo ardir con ragion l'altro diffende.

Amor, tu solo el sciai, e quella forsi a chi il dicesti a cenni, che dal tuo primo stral non mi diffesi, anzi a gloria mi tenni

el creder certo non guarirne mai, né per tue iniurie ancor l'arme ti resi, ché la fiamma nel cor non tenni chiusa, stimando in me quel che or scio che mi manca.

Or che la chioma imbianca, perdona a quello error che non ha scusa se non de i teneri anni, ché biasmo non è quel che ciascuno usa;

e se più intento vigili a' mie' danni, forza serà scoprir che tu m'inganni. Ne la memoria sempre pugnanmi duo inimici a fronte a fronte,

ed io de' colpi lor la doglia sento: l'un mi ricorda l'onte, l'altro i piacer con più suavi tempre. Pena ho di l'un, di l'altro io mi contento;

ma quel che ora mi dà più di spavento, è il cognoscer me stesso, e tanto altrui, che nascendo el timor la speme uccide; e il pensier si divide

quando a quel che son or, quando a qual fui, che talor sì mi offende, ch'io vo cercando agiuto, e non scio a cui, e quanto più la sciolta mente intende,

più al passar questo mar turbato attende. Agiuto io non ti cheggio, Amor, né ancor d'averlo io sperarei, se prima io non placassi la mia sorte;

né a madonna direi le pene mie, perché io farei ancor peggio, ché uscir non si convien per queste porte. Meglio è non la invocar, ma aspectar morte

e caminar quanto si può digiuno, che 'l vïatico basti insino al fine; e se in queste rüine el piè se offende, io non son sol quell'uno

che debba andar sicuro, per questo bosco, almen, da qualche pruno; e quel che mi farà l'andar men duro, è che di nulla o poco ormai mi curo.

Canzon, se non poi dir quel che voresti, taci, che a te seguirà un'altra presto che farà el stato nostro manifesto.

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