Noctole, gufi, upùpe, ucei di nocte,
che mi cantati a mezo dì sul tecto,
peggio che 'l vostro augurio io mi prometto,
ma di Fortuna più non temo botte.
Il caldo umor de gli occhi ha già sì cocte
le guanze e, dove il pianto accoglie, il pecto,
ch'io non ho più d'umana forma aspecto,
e però vado ad abitar le grotte.
Ma se alcun bene è in la mia mala sorte,
il non sperar salute è quel conforto
che a ogni nuovo dolor chiude le porte.
E se Fortuna e suoi colpi supporto,
lo è perché io scio che la ministra morte
è a ogni turbato mar tranquillo porto.