Per dar ristauro a le dïurne cure
solea bramar la quieta nocte e il lecto;
or li odio, ché altro in lor più non m'aspecto
che sogni orribili, incubi e paüre.
Più dolce sonno han ne le sepulture
i morti, ch'io non ho sotto il mio tecto:
loro il suo corso han facto, io a quel m'assetto,
e per vie forsi non sì ben sicure.
Và, dunque, nocte fastidiosa e longa,
e torna presto, e il dì presto sen vada,
che al lecto eterno anch'io presto mi ponga.
Radoppi Febo a suo' destrier la biada,
e se non baston quei quattro, altri agionga,
ché infamia è il frequentar tanto una strada.