Skip to content
1730–1808

SULMALLA

Melchiorre Cesarotti

Chi muove a passo maestoso e lento, Al mormorar dello scorrevol rio, Sull'erboso Lumone? Erran sul petto Le anella della chioma: addietro il braccio

Scorgesi biancheggiar, mentr'ella in atto Curva l'arco di caccia. A che t'aggiri, Astro solingo in nubiloso campo? I Giovinetti cavrioli omai

Riparano alla rupe: ah torna, o bella Figlia dei Re: l'oscura notte hai presso. Quest'era il fiore di Lumon, Sulmalla Dall'azzurrino sguardo. Ella ci scorse,

E cantore inviò, che al suo convito Gli stranieri invitasse. In mezzo ai canti, Noi ver la sala di Gomor movemmo. Agili tremolarono sull'arpa

Le bianche dita: fra quel suon s'udia Sommessamente mormorar il nome Del prence d'Ata, che lontano in guerra Stava a prò di Gomor: ma non lontano

Era ei dall'alma innamorata; in mezzo De' suoi pensieri ei per la notte spunta, Spirante amore; e della vergin bella Godea Tontena rimirar dall'alto

L'ansante petto, e l'agitate braccia. Cessato è 'l suono delle conche; alzossi Sulmalla, e domandonne: e donde, e dove Drizzate il corso? che de' regi al certo

Siete voi de' mortali, alti dell'onde Calpestatori; al portamento, agli atti Ben lo conosco. Non ignoto, io dissi, Lungo il rivo natio risiede il padre

Del nostro sangue: di Fingallo in Cluba Fama suonò, germe regal, né il Cona D'Ossian solo e d'Oscar conosce i nomi. Forti nemici impallidir più volte

Al suon di nostra voce; e rannicchiarsi, Posta ogni speme nella fuga. Oh! disse La giovinetta, di Sulmalla il guardo Più d'una volta del signor di Selma

Ferì lo scudo: ei pende d'alto, il vedi, Della sala paterna altero fregio, E monumento dei passati tempi, Quando Fingallo giovinetto ancora

Sen venne a Cluba. Rintronava il bosco, E tremava ogni core al rugghio orrendo Del cignal di Culdarno: i più possenti De' suoi garzoni ad atterrar la belva

Inisuna mandò; periro, e piovve Sulle lor tombe di donzelle il pianto. Fingal venne alla prova, ed avanzossi Securo in vista; dall'un lato e l'altro

Trafitto rotolò sulla sua lancia Lo spavento de' boschi, e i boschi intorno Non più d'orror, ma risuonar di canti. Vivid'occhio sereno avea, si dice,

L'eccelso eroe, né mai gli uscian dal labro Voci d'orgoglio: dal suo chiaro spirto La rimembranza di sue forti imprese Sgombrava tosto, qual vapor errante

Dalla faccia del Sol. Segno agli sguardi Delle vezzose vergini di Cluba Erano i passi del campione; ei sorse Fra i loro occulti e timidi pensieri

Gradito sogno d'affannose notti. Ma il vento alfine alla natia sua terra Portò l'altro straniero: ei non per tanto Non tramontò per Inisuna intero,

Come meteora da una nube assorta. Più d'una volta il suo valor rifulse Nelle piagge nemiche; e la sua fama Tornò di Cluba alla boscosa valle.

Valle or muta ed oscura; altrove è volta La schiatta de' suoi re, Gomorre è in campo, E 'l giovine Lormar: né soli in guerra S'avanzan essi; una straniera luce

Brilla dappresso: il duce d'Ata è questo, L'onor dei forti, dei stranier l'amico. Guardando stan da' lor nebbiosi colli Gli azzurri occhi d'Erina, or ch'è lungi

L'abitator dell'anime gentili. Soffrite in pace; ei non è lungi indarno, Vaghe figlie d'Erina, il braccio invitto Mille e mille guerrier caccia e travolve,

E a sé fama procaccia e pace altrui. Vaga donzella d'Inisuna, ignoto Non è ad Ossian Catmor: rammento, io dissi, Quel dì ch'ei venne nell'ondosa Itorno,

Prova a far di sua possa. Eransi scontri In sanguigna tenzon due regi alteri, Surandronlo, e Culgorno, atroci e torvi Del cignal cacciatori. Ambi scontrarlo

Presso il torrente, ambi passargli il fianco Con le lor aste: a sé ciascun del fatto Traea la fama; arse battaglia. In giro Spezzata lancia e d'atro sangue intrisa

Mandar d'isola in isola agli amici De' padri lor, che gli destasse all'arme, L'ire feroci a secondar. Catmorre Venne a Culgormo occhi-vermiglio, ed io

Recai da Selma a Surandronlo aita. Dall'una ripa del torrente e l'altra Noi ci scagliammo: dirupate balze, Fiaccate piante vi stan sopra; appresso

Due circoli di Loda eranvi, e ritta Sta sulla cima del Poter la Pietra, Pietra temuta; a cui di notte, in mezzo A una rossa di foco atra corrente,

Gli spettri spaventevoli dei spirti Scender soleano: indi frammista al rugghio Dell'onda che precipita, s'udia Sboccar la voce de' cantori antichi,

Che chiedean da quei spettri aita in guerra. Io co' miei prodi trascuratamente Mi sdraiai lungo il rivo: intorno al monte Movea rossa la Luna: alzai di canto

Note interrotte: di mia voce il suono Ferì Catmor, ch'ei pur giacea prosteso Sotto una quercia nel chiaror dell'arme. Sorge il mattino: ci spingemmo in mezzo

La folta de' guerrier: fera battaglia Sparsesi intorno; da quel brando e questo Cader vedeansi alternamente a terra Mietuti capi, qual d'autunno al vento

Recisi cardi. Maestoso innanzi Femmisi il duce; s'accozzar gli acciari. Noi l'un dell'altro colle acute lancie Trapassammo il brocchier; smagliati e pesti

Suonan gli usberghi; dislacciato al suolo Caddegli l'elmo: isfavillò l'eroe In leggiadro sembiante; i sguardi suoi, Quasi due pure e vivide fiammelle,

Volveansi intorno graziosi e lenti. Ben riconobbi il duce, e tosto a terra Gittai la lancia: taciturni altrove Noi ci volgemmo, ed appuntammo i brandi

Ad altri petti men di viver degni. Ma fin non ebbe sì tranquillo e dolce L'aspra zuffa dei Re: rabbioso rugghio Mandan pugnando, qual di negri spirti

Sul vento imperversanti. Ambedue l'aste Precipitaro furibonde a un tempo Per mezzo i petti, e ricercarno il core. Confitti stramazzavano; una rupe

Lor si fè sponda: l'un sull'altro inchini Pendono i capi d'addentarsi in atto. L'uno con man tremante afferra il crine Dell'altro, e gli occhi ancor gravi di morte

Spirano ebrezza di vendetta e d'ira. Su i loro scudi dal vicino balzo Sgorgaron l'onde, e s'annegrar di sangue. Caduti i re, cessò la pugna. Itorno

Tornò tranquilla; Ossian, dell'arpe il sire, E 'l nobile Catmor scontrarsi in pace. Demmo i morti alle tombe, e quindi al golfo Ci avviammo di Runa. Ecco da lungi

Nero legno appressar, nero, ma dentro Brilla una luce, qual di Sole un raggio Fende di Stromlo la fumosa nebbia. Figlia è costei di Surandronlo. Ardenti

Fuor dell'errante scompigliato crine Tralucon gli occhi; ne biancheggia il bracco Reggitor della lancia; or s'alza, or scende, Candido il sen, siccome onda spumosa,

Che con alterno moto ai scogli insulta, Bella a veder, ma minacciosa: O voi, Ella gridò, terribili di Loda Abitatori, o Carcaro vestito

Di pallidezza fra le nubi, o forte Slumor che spazi nell'aeree sale, Corcuro, o tu scompigliator dei venti; O voi tutti accorrete, e sien per voi

Di Surandronlo i rei nemici accolti; Che l'asta della figlia in guerra esperta Vittime sanguinose al padre invia. A lui dessi vendetta: egli non era

Piacevol forma di garzone imbelle, Di dolci sguardi e molli vezzi amica. Quand'ei l'asta afferrava, a lui d'intorno Falconi a stormi dibattean le penne;

Che largo pasto avean dal ferro acuto, Rivi di sangue, e cumuli di corpi. Io son fiammella del suo foco, e spesso Sopra i nemici divampai del padre,

Quasi meteora che risplende e strugge. Non disattenta di Catmor le lodi Sulmalla intese, ch'ei nel cor le stava, Quale in piaggia arborosa ascosto foco,

Che del nembo al fischiar destasi e brilla. La regal figlia si ritrasse alfine Fra 'l suon de' canti suoi grato ad udirsi, Qual dolce susurrar d'auretta estiva

Che rizza il capo ai languidetti fiori, E 'l cheto lago vagamente increspa. Nel riposo notturno ad Ossian venne Sogno presago: di Tremmorre a lui

Stettesi innanzi la sformata forma. Parea batter lo scudo in sull'ondosa Roccia di Selma. M'avvisai ben tosto Ch'era presso la guerra; alzomi, e prendo

Il cigolante acciar: del Sole i raggi Fiedean Lumone; e le mie vele i venti. Solingo raggio della notte bruna, Meco ti sta', ch'anch'io son desto e canto.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
SULMALLA · Melchiorre Cesarotti · Poetry Cove